Un paio d’ore di garbo e risate con Columbro in bigodini

Igor Principe

Chi abbia visto il film di Sidney Pollack - e non sono pochi - conosce il finale, lieto come si conviene a una commedia. Ma ciò non è una buona giustificazione per assentarsi dalla versione teatrale di Tootsie, in scena in questi giorni al teatro Nuovo di Milano (e poi in tour in fino al 13 maggio). Maurizio Nichetti, che ne è il regista, ha apportato le modifiche necessarie a non farne dipendere il copione da quello che vedeva protagonista un grandissimo Dustin Hoffman - nominato all'Oscar - e una bellissima Jessica Lange. Il primo e superficiale cambiamento sta nei nomi dei protagonisti, altri rispetto al film. Dettaglio non di poco conto. Con questa regia, infatti, Nichetti non ha voluto solo rileggere l'opera cinematografica ma ne ha preso spunto per omaggiare i migliori travestimenti avvenuti sul set, dagli indimenticabili Lemmon-Matthau di A qualcuno piace caldo al più recente Mrs Doubtfire di Robin Williams. E per mezzo di una parrucca e un tailleur, ha inteso far riflettere sui parossismi d'oggi: la precarietà nel lavoro, pur se vista con l'occhio dell'attore, precario per eccellenza; la perdita di identità.
Più evidenti, invece, le modifiche sulla struttura, virata sulla rotta del musical con canzoni scritte ad hoc e riuscite molto bene proprio perché non traducono alcunché dall'inglese. Nessuno balla con passi da acrobata, e tutti cantano in modo ordinato e piacevole. Tranne Chiara Noschese, nella parte che fu della Lange, l'affascinante attrice-infermiera sul set della soap ambientata in un ospedale: lei canta benissimo, sfoderando tecnica e potenza vocale.
Un'altra licenza Nichetti l'ha presa dando più peso a un paio di ruoli: quello dell'anziano dottore, in cui ha messo una vecchia gloria sorniona quale Enzo Garinei, e quello in cui recita Laura Ruocco. Nel film è la fidanzata del protagonista; qui è anche una delle attrici della soap, con qualche imprevedibile effetto sul progredire della storia. Nella quale, com'è facile immaginare, domina la figura del protagonista, Marco Columbro.
Ben più robusto e senza pizzetto, l'attore sembra un altro dai tempi in cui conduceva Il gioco delle coppie. E non che ora somigli a Dustin Hoffman; piuttosto, all'inglese Alan Rickman (lo sceriffo di Nottingham nel Robin Hood con Kevin Costner). Ma la verve è quella di sempre, e gli consente un'indiscutibile padronanza della scena, su cui si muove con agio anche quando, pur appesantito, gli tocca ballare. Come Hoffman, sa diventare credibile anche nelle improbabili mise del suo personaggio femminile, e sinceramente irresistibile quando il testo gli impone vestaglia e bigodini. Potrebbe anche star zitto: tutti comunque si piegherebbero in due dal ridere.