Pakistan, Benzir Bhutto sepolta nel mausoleo con i sogni di democrazia

Una folla enorme ha accompagnato il feretro
fino alla tomba di famiglia <a href="/video.pic1?ID=Bhutto_28122007" target="_blank"><strong>(guarda le immagini)</strong></a>. In una lettera
scritta prima di morire l’accusa a Musharraf:
&quot;Se mi uccidono, il responsabile è lui&quot;. <a href="/a.pic1?ID=230590" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Violenze e incidenti</font></strong></a>. <a href="/a.pic1?ID=230591" target="_blank"><strong>L'incubo nucleare</strong></a><br />

La bandiera tricolore del Partito del Popolo, i petali di fiori, gli uomini che a Ghari Khuda Baksh, nella provincia meridionale del Sindh, portano la bara si fanno strada a fatica e spintoni fra la folla disperata di musulmani che piange il suo leader ammazzato, e il leader è, era, una donna. Si danno pugni in testa, si strappano vestiti già laceri quei ragazzi dei quali lei aveva detto, due mesi fa, mentre tornava in Pakistan: «Bisognerà pur provare a fare qualcosa per questa generazione, che abbiano una vita meno dolorosa della nostra». In una donna questi ragazzi riponevano la speranza, pensate alla rabbia dei terroristi di Al Qaida, all'odio degli infami talebani, ma anche alla possibilità perduta dell'islam liberale.
In una lettera scritta a Perwez Musharraf, il generale presidente che l'accoglieva malvolentieri in vista di elezioni democratiche promesse agli alleati americani, Benazir Bhutto aveva elencato i nomi «dei tre e più individui» sui quali concentrare un'inchiesta su un suo eventuale assassinio.
Una delle persone è Ijaz Shah, il direttore generale dell'Ufficio per l'intelligence, e stretto collaboratore di Musharraf. La seconda persona è il responsabile della Corte dei conti che aveva aperto le inchieste di corruzione contro di lei. La terza, un ex ufficiale della provincia del Punjab, aveva torturato il marito mentre era in carcere, in attesa di un verdetto nel processo per corruzione.
Benazir aveva anche scritto un’e-mail a un vecchio amico americano, Mark Siegel, per dire anche a lui che se fosse stata uccisa, parte della responsabilità sarebbe stata di Musharraf. Il governo le aveva rifiutato, dopo la strage del 18 ottobre, una scorta speciale, due macchine davanti e due dietro al suo veicolo. «Volevo solo che tu lo sapessi, oltre ai nomi che compaiono nella mia lettera a Musharraf dello scorso 16 ottobre, riterrò Musharraf responsabile. I suoi sbirri non mi proteggono».
Nelle settimane prima del martirio, aveva anche parlato con qualche giornalista di fiducia: gli americani, e qualcuno conosciuto ai tempi degli esili, fra Londra, Dubai e Washington. A Benazir piacevano i tailleur, i capelli sciolti, e mai si piegò a rinunciare al sofisticato trucco del suo bel viso, alle perle, al rossetto, naturalmente rouge. Anche il velo appena poteva lo tirava indietro, quasi a dimenticare quel pegno di sottomissione.
Del resto anche del matrimonio di convenienza, sposo scelto dalla madre, l'uomo d'affari Asef Ali Zardari, aveva esplicitamente detto: «Un prezzo personale che ho dovuto pagare nel tentativo di poter lavorare per il mio Paese e la mia gente».
Diceva cose terribili la donna che ieri hanno seppellito nel mausoleo dei Bhutto, accanto al padre Alì, impiccato, martire del golpista Zia, al padre del quale era il vero figlio maschio. «Nel 1989 Osama Bin Laden lasciò il Pakistan per andare in Arabia Saudita: ma qualcuno gli chiese di tornare. Dobbiamo sapere chi c'è dietro questa “continuità”: è una battaglia in cui girano molti soldi, grazie al traffico di droga e di armi, e ci sono molti nomi che devono venire alla luce».
Intendeva dire che a Islamabad, alla corte del Musharraf amico dell'Occidente, il fondatore di Al Qaida aveva amici potenti. Intendeva dire anche che «in passato è stata fatta la scelta di negoziare con i militanti fondamentalisti per giungere ad accordi di pace e a un cessate il fuoco».
«Oggi devono prima consegnare le armi. Solo allora discuteremo con loro, perché non abbiamo intenzione di sederci a parlare con milizie irregolari e stragiste». Benazir sapeva tanto bene chi aveva subito provato ad ammazzarla e chi ci sarebbe riuscito, che lo disse in conferenza stampa: «C'era una squadra suicida di elementi talebani, una di Al Qaida, una di talebani pachistani e la quarta, un gruppo, credo fosse di Karachi».
Così, mentre ancora la bara non era entrata nel mausoleo, nella capitale il governo si agitava, mandava un portavoce a spiegare che la Bhutto è morta perché ha sbattuto la testa contro il tettuccio dell’auto nella quale era entrata di corsa per sfuggire ai proiettili, che le elezioni dell'8 si terranno in ogni caso, che nessuna rivolta e violenza anche in nome della morta sarà più consentita, e altre tragiche facezie.
Un drammaturgo tedesco molto amato dalla sinistra diceva: «Sfortunato il Paese che ha bisogno di eroi». Ho sempre pensato il contrario naturalmente, ma oggi non so dire se con Benazir, l'eroina, non sia stata seppellita anche la speranza del Pakistan, dei ragazzi, per i quali sognava istruzione occidentale, delle donne che voleva fortissimamente emancipate da botte e segregazione, che quando governava aveva promosso a posti di alta responsabilità. Agli amici inglesi e americani, dopo l'attentato di ottobre, aveva chiesto protezione e intervento. Lo faranno oggi che lei ha percorso il sentiero del sacrificio tutto intero?