In Pakistan dilaga la rivolta integralista

In Pakistan il tempo dei compromessi è finito. Dopo otto anni d’ambiguità il generale Pervez Musharraf è chiamato alle scelte finali. Per sopravvivere deve scendere in trincea, affrontare la rivolta pronta a schiacciarlo. Ma mentre l’esercito marcia verso le zone tribali e Washington offre pieno appoggio, le forze integraliste dimostrano di aver già scelto. Lo provano le lettere, trovate dopo l’assalto alla Moschea Rossa di Islamabad, con cui Ayman al Zawahiri, numero due di Al Qaida, garantisce assistenza ai capi integralisti e predice una rivolta capace di travolgere il regime di Islamabad. Lo dimostra il susseguirsi di spietati attentati messi a segno in meno di 24 ore dopo la decisione dei capi tribali di rompere tutti gli accordi siglati con il presidente. A far più impressione è il fanatico furore scatenatosi tra sabato e domenica. Un crescendo d’attentati suicidi in stile iracheno capace di falciare più di settanta vite in 24 ore. Un susseguirsi di stragi che trascina il Pakistan nel consueto inferno di sangue, corpi dilaniati, arti maciullati.
S’inizia sabato su una strada del nord Waziristan dove un’autobomba imbottita d’esplosivo salta in aria in mezzo a un convoglio di forze paramilitari uccidendo 24 miliziani. Si continua domenica con i 17 cadaveri raccolti su una strada della provincia di Swat dopo l’esplosione di un mezzo imbottito d’esplosivo al passaggio di una colonna dell’esercito. Il vero macello arriva ore dopo in un centro di reclutamento della polizia dove un kamikaze si fa saltare in aria tra le file di aspiranti agenti in attesa. Qui i soccorritori raccolgono 32 corpi smembrati. Un bilancio tragicamente provvisorio perché nei piccoli, e assai poco attrezzati, ospedali della zona si contano almeno altre venti vittime in condizioni critiche.
La rivolta invocata dal numero due di Al Qaida Ayman al Zawahiri dopo l’assalto alla Moschea Rossa di Islamabad e l’uccisione di 84 fanatici islamici sembra dunque scattata. Il governo per ora cerca di minimizzare. A dar retta al ministro degli Interni Aftab Sherpao solo i due massacri domenicali «potrebbero avere qualche collegamento con la Moschea Rossa» . La strage di sabato nel Waziristan settentrionale sarebbe “soltanto” la conseguenza di vecchie dispute con i capi tribali. Ma quelle dispute riguardano proprio l’appoggio fornito dalle tribù wazire ai talebani e ai capi di Al Qaida nascosti tra le inaccessibili montagne della zona. Dopo l’assalto alla Moschea Rossa e la chiamata alle armi di Ayman al Zawahiri, i capi tribali del Waziristan hanno stracciato l’accordo firmato lo scorso settembre con cui s’impegnavano a sospendere ogni appoggio ai talebani e ai gruppi stranieri vicini ad Al Qaida. Il patto era poco più di una farsa. A renderla quanto mai evidente avevano contribuito il moltiplicarsi, negli ultimi mesi, delle infiltrazioni di talebani in Afghanistan e l’intensificazione delle attività di Al Qaida. Il rifiuto di quell’accordo dimostra, però, che i capi tribali non sono più disposti nemmeno a fingere buoni rapporti.
Il generale Pervez Musharraf rischia dunque di dover fronteggiare una vasta rivolta islamica. Secondo alcuni osservatori, dietro l’imminente insurrezione potrebbe esserci lo stesso Ayman al Zawahiri. Il braccio destro di Osama Bin Laden, conosciuto come lo stratega di Al Qaida, avrebbe guidato la sommossa della Moschea Rossa con il preciso intento di far deflagrare lo scontro tra le forze radicali e il presidente Musharraf. A provarlo contribuirebbe il ritrovamento nella Moschea Rossa dei cadaveri di qualche decina di militanti stranieri mandati dai capi di Al Qaida ad addestrare gli integralisti di Islamabad in vista dello scontro finale con l’esercito di Musharraf.