Pakistan-India, guerra sfiorata per uno scherzo

Il dottor Stranamore non poteva far di meglio. Con uno scherzo telefonico, con una drammatica burla, uno sconosciuto impostore ha spinto India e Pakistan sull'orlo del conflitto, ha trascinato il mondo ad un passo dal baratro nucleare.
Succede tutto venerdì 28 novembre. A Mumbai terroristi e forze di sicurezza combattono ancora, a Islamabad la segreteria del presidente Alì Zardari è alle prese con una telefonata della massima urgenza. Secondo il display della centralina la chiamata arriva dal ministero degli Esteri indiano. La voce del resto parla chiaro, si presenta come Pranab Mukherjee, sostiene di essere il ministro indiano in persona e chiede di discutere immediatamente con il presidente Zardari. La segreteria per regola dovrebbe riagganciare e chiedere al proprio ministero degli Esteri di verificare l'autenticità della chiamata con l'Alto commissariato indiano. Le ore però sono drammatiche e in Pakistan tutti temono le accuse di chi li indicherà come i mandanti degli attacchi a Mumbai. La segreteria, d'intesa con Zaradari, decide così di avviare il collegamento. La telefonata, dal punto di vista di Zardari, è la miglior occasione per sfoderare un tono conciliante e ricordare che il presidente è impegnato a sua volta in una partita mortale con il terrorismo integralista responsabile dell'uccisione di sua moglie Benazir Bhutto. Il presunto Pranab Mukherjee non lo ascolta nemmeno e avverte che l'India attaccherà quanto prima se Islamabad non consegnerà i mandanti dell'attentato.
Al termine di quella surreale telefonata Zardari è sicuro di essere a un passo alla guerra. Poche ore dopo il paese è in allarme. L'esercito studia i piani per ritirare dalla frontiera afghana le unità impegnate contro i talebani e schierarle al confine con l'India, l'aviazione si leva in cielo per prevenire incursioni contro la capitale, il primo ministro Yousuf Raza Gilani viene fatto rientrare da Lahore. Nessuno, nella concitazione del momento, si cura di sentire il ministro degli Esteri pakistano Shah Mehmood Qureshi in missione proprio nella capitale indiana e reduce da un incontro con lo stesso Pranab Mukherjee. L'unica preoccupazione è spedire un aereo a Nuova Delhi e costringerlo ad un rientro immediato. «Forse la guerra non era proprio imminente, ma non potevamo permetterci di rischiare», si giustificano con il quotidiano Dawn alcuni funzionari presidenziali. Intanto Zardari ha già avviato consultazioni urgenti con la Casa Bianca e il segretario di Stato americano. In quelle stesse ore i centralinisti del Dipartimento di Stato di Washington hanno respinto, bollandola come non verificabile, una telefonata del presunto ministro degli Esteri indiano. Condoleezza Rice, però, non lo sa. Quando apprende della minacciosa telefonata arrivata a Zardari fa immediatamente chiamare il ministro indiano. Stavolta il vero Pranab Mukherjee cade dalle nuvole, smentisce qualsiasi tono minaccioso e ricorda la pacata discussione intercorsa solo poche ore prima tra lui e il suo omologo pakistano. Ma non basta. In quegli stessi momenti la mobilitazione militare del Pakistan innesca la controreazione indiana. Insospettiti dal frenetico traffico radio alla frontiera, dallo spostamento di truppe e dal crescente numero di caccia-bombardieri pakistani in volo, New Delhi dichiara a sua volta l'allarme generale. «Per un attimo - ammettono ora fonti di Washington - le lancette dell'apocalisse nucleare si sono avvicinate alla mezzanotte». Poi una serie di frenetiche chiamate della Rice seguite da un'immediata partenza per l'India e il Pakistan bloccano tutto. Ma il precedente resta. La beffa di un impostore - o un diabolico piano in cui la burla telefonica era il seguito di un attacco terroristico studiato per innescare la tensione - hanno trascinato il subcontinente indiano ad un passo dalla guerra nucleare.