Pakistan nel caos: un volontario italiano rapito dagli islamici

Giovanni Lo Porto, di Palermo, cooperante di una ong, prelevato con un collega tedesco. Indiziati gruppi vicini ad Al Qaida

Un altro italiano rapito. Un altro volontario in pericolo. Un'altra vita in gioco. Stavolta è successo in Pakistan. E non è un buon segnale perché in quel paese i gruppi più o meno legati ad Al Qaida coinvolti nella caccia agli stranieri sono anche infiltrati dai servizi più o meno deviati di Islamabad. Dunque la partita appare difficile, complessa e intricata. Le prime notizie arrivano in Italia verso le sei di sera quando le forze di sicurezza pakistane diffondono la notizia del sequestro di due stranieri prelevati armi in pugno nella zona del Punjab meridionale.

I due stranieri si capisce, più tardi sono Giovanni Lo Porto, un 38 enne siciliano specializzato nelle operazioni in zone alluvionate e un cittadino tedesco di 45 anni identificato solamente come Burnd. Entrambi lavorano per Welthungerlife, una società non governativa tedesca impegnata nella ricostruzione delle zone del Punjab sommerse dall'alluvione dello scorso anno. Giovanni e il collega Burnd sono l'amministratore e il direttore della missione aperta dall'organizzazione tedesca a Multan, il capoluogo della zona del Punjab meridionale investita dall'alluvione. Secondo la polizia pakistana il nostro connazionale arriva a Multan ieri pomeriggio, incontra il direttore tedesco e da lì iniziano insieme il viaggio in auto verso la località di Kot Addu dove l'organizzazione gestisce un progetto di ricostruzione urbana. Il viaggio s'interrompe a Qasim Bela, un villaggio non distante da Kot Addu.

Lì un veicolo con a bordo tre uomini armati blocca l'automobile della Welthungerlife e intima a Giovanni e al collega di scendere con le mani in alto. Sulle prime le forze di sicurezza fanno capire che potrebbe trattarsi non di un rapimento, ma di un fermo organizzato dalle forze d'intelligence che battono la zona. La speranza svanisce quando la televisione pakistana Geo diffonde i racconti di alcuni abitanti. «Secondo alcuni testimoni - scrive il sito internet della televisione - i sequestratori hanno minacciato i due con le armi e li hanno costretti ad indossare lo shalwar kameez (il tipico camicione con larghi calzoni pakistano) prima di portarli via». Questo particolare farebbe escludere un coinvolgimento diretto dei servizi segreti che non avrebbero bisogno di camuffare i rapiti.

E rafforza l'idea di un rapimento organizzato da alcuni gruppi della galassia islamista presenti nell'area. I principali sospettati sono i gruppi indipendentisti del Kashmir che operano oltre il confine indiano e hanno nel Punjab i loro santuari e le loro basi. Il più tristemente conosciuto è Lashkar e Taiba, l'organizzazione d'ispirazione islamista che nel novembre 2008 mise a segno gli assalti nel cuore di Bombay costati la vita ad oltre 160 persone. Proprio questo precedente giustifica l'estremo riserbo con cui l'Unità di Crisi della Farnesina ha diffuso la notizia del rapimento. «Il ministero degli Esteri mantiene un continuo contatto con la famiglia del rapito e analogamente al passato - spiega un comunicato - si atterrà ad una linea di riserbo».

Se gli autori del sequestro si riveleranno proprio quelli o un gruppo analogo i nostri negoziatori dovranno affrontare una complicatissima partita giocata sul doppio tavolo delle trattative con i rapitori e con i servizi segreti pakistani. Gran parte dei gruppi indipendentisti del Kashmir attivi nel Punjab sono finanziati, armati e addestrati da agenti dell'Isi (Inter Service Intelligence) il potentissimo e imperscrutabile servizio segreto pakistano sospettato di aver gestito anche l'ultimo rifugio di Bin Laden e molte attività di Al Qaida. A questo va aggiunta l'estrema volatilità della situazione politica pakistana dove da settimane girano voci di un colpo di stato organizzato dall'Isi e dai generali ai danni del presidente Asif Ali Zardari. Il sequestro è solo l'ultimo i rapimenti ai danni di occidentali.

Lo scorso agosto, a Lahore, capitale del Punjab, un gruppo legato ad Al Qaida rapì l'americano Warren Weinstein, responsabile per il Pakistan della società di consulenza JE Austin Associates, collegata all'agenzia per la cooperazione e lo sviluppo americana, Usaid.