In Pakistan violenze e incidenti

Quaranta morti, disordini, distruzioni e l’intervento dell’esercito nelle strade sono solo l’anticipo delle proteste che si teme scoppino con maggior furia nei prossimi giorni. Il Pakistan è sull’orlo del caos dopo l’assassinio dell’ex premier Benazir Bhutto. Le elezioni dell’8 gennaio sono per ora confermate, ma c’è il rischio che vengano fatte saltare dalle proteste o dagli attentati di Al Qaida e dei loro amici talebani. Gran parte delle vittime, almeno 32, si registrano nel sud del Paese, nella provincia ribelle di Sindh, dove è nata la Bhutto e la sua dinastia. Karachi, la capitale commerciale del Pakistan, è una città fantasma, paralizzata da uno sciopero generale e dai disordini. Duemila manifestanti hanno dato fuoco a una stazione di polizia, saccheggiando le armi. Fra le vittime ci sono anche quattro agenti, uno dei quali è stato linciato dalla folla. Tre banche sono state devastate.

La polizia ha l’ordine di sparare ad altezza d’uomo, e l’esercito è stato dispiegato a Karachi come in altre località del sud. I manifestanti hanno distrutto centinaia di auto e incendiato treni passeggeri. L’obiettivo preferito sono le sedi della lega musulmana Pml-Q, la costola politica del presidente Pervez Musharraf, accusato di essere coinvolto nella morte della Bhutto. Sostenitori della Bhutto si sono scontrati con la polizia anche nella capitale Islamabad e a Rawalpindi, la città-guarnigione dove è stata ucciso la Bhutto. Cinquemila ranger sono pronti a intervenire.Ad alimentare l’ira della popolazione anche le polemiche sulle cause della morte della leader pakistana. La Bhutto, secondo la versione del ministero dell’Interno, non sarebbe stata colpita da nessuna delle tre pallottole sparate dal kamikaze che si è successivamente fatto saltare in aria uccidendo almeno venti persone. A causare la morte sarebbe stato l’urto della sua testa contro la leva del tettuccio apribile mentre tentava di ripararsi all’interno dell’auto blindata, al momento dell’esplosione, ha detto il portavoce del ministero. Una ricostruzione subito bollata come «falsa» dai sostenitori della leader scomparsa.

Il governo ha imputato l’attentato al leader dei talebani pachistani Baitullah Mehsud, della zona tribale del Sud Waziristan, al confine con l’Afghanistan. «C’è un’intercettazione telefonica in cui Mehsud si congratula con un combattente per l’uccisione di Benazir Bhutto», ha detto il portavoce del ministero Javed Iqbal Cheema. Mehsud è vicino all’organizzazione terroristica di Al Qaida, anche se non ci sono prove che ne faccia parte. Un giornale pachistano a ottobre lo aveva citato fare minacce contro la vita della Bhutto, malo stesso Mehsud aveva smentito l’intervista. Ora il ruolo delle forze armate sarà cruciale per evitare che il Paese scivoli nel baratro della guerra civile. Musharraf, dopo essere stato eletto presidente lo scorso ottobre, ha appeso al chiodo la divisa di capo di stato maggiore. Il comando è passato al generale Ashfaq Parvez Kayani. Di formazione liberale, è considerato vicino agli americani, con i quali ha collaborato nella caccia ai terroristi di Al Qaida. Il generale vorrebbe mantenere l’esercito fuori dallo scontro politico e alla fine degli anni ’80, era stato il vicesegretario militare della Bhutto al suo primo incarico a capo del governo. Musharraf sa di poter contare fino a un certo punto sul suo successore, e per questo motivo ha nominato, prima di abbandonare l’uniforme, il generale Nadeem Taj a capo dell’Isi, il potente servizio segreto militare. Taj, ex segretario militare del presidente, è il suo vero uomo di fiducia nelle forze armate.

Le elezioni parlamentari dell’8 gennaio, per ora confermate, potrebbero fare da volano alla crisi anziché risolverla. Il Partito popolare, dato per favorito dai sondaggi una settimana fa con il 30% dei voti, è orfano della sua leader carismatica. Il secondo partito d’opposizione, la Lega musulmana dell’ex premier Nawaz Sharif, attestato sul 25% dei consensi, ha annunciato il boicottaggio. I partiti religiosi sono divisi, ma la grande incognita resta Musharraf. Il suo partito, prima della morte della Bhutto, avrebbe ottenuto il 23%.