Il Pakistan volta pagina: Musharraf dà le dimissioni

Politicamente isolato e minacciato di destituzione ha accettato di andarsene per evitare il processo

Dopo molti precedenti annunci puntualmente smentiti (l’ultimo addirittura ieri pochi minuti prima di quello definitivo) le voci sono diventate sostanza: il presidente del Pakistan Pervez Musharraf ha annunciato le proprie dimissioni, che sono già state ufficialmente accolte dal Parlamento di Islamabad. E ben gradite anche da molti pachistani, a giudicare dai festeggiamenti esplosi nelle strade.
Musharraf, che ha 65 anni, lascia il suo posto dopo nove anni tumultuosi, nel corso dei quali il mondo lo ha conosciuto soprattutto come il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo dopo l’11 settembre 2001. Ha accettato di farsi da parte perché ormai consapevole di essere politicamente morto e non più sostenuto dagli americani, che gli rimproverano mancanza di polso nella lotta al terrorismo. Sconfitto alle ultime elezioni dal partito della defunta (assassinata nello scorso dicembre, e c’è chi dice per suo ordine) Benazir Bhutto e da quello islamico, era ormai isolato e vulnerabile. I suoi avversari politici, con in testa il premier Yusuf Gilani, lo tenevano sotto la minaccia di un impeachment, per evitare il quale si è risolto ad accettare un compromesso: dimissioni ed esilio in cambio della rinuncia a processarlo.
Il presidente si è rivolto ieri ai suoi connazionali in un discorso teletrasmesso di un’ora, nel corso del quale ha appassionatamente difeso il suo operato. «Sia che io vinca sia che io perda - ha detto riferendosi all’ipotesi di impeachment - sarebbe la nazione a perdere. L’onore e la dignità del nostro Paese sarebbero danneggiati e a mio avviso anche il ruolo stesso del capo dello Stato. Dunque lascio il mio futuro nelle mani della nazione e del popolo: non ho interessi, non voglio nulla da nessuno».
Parole nobili, ma le cose non stanno proprio così. Musharraf avrebbe infatti ben contrattato per uscire di scena da uomo libero, dopo non essere riuscito a mantenere oltre la sua posizione. D’altra parte, oltre al proprio isolamento politico, lo spingeva nell’angolo la pesantezza delle accuse a lui rivolte: l’illegale rimozione del presidente della Corte suprema Iftikhar Chaudry, che nel marzo 2007 scatenò la rivolta degli avvocati e dei magistrati; la sospensione delle garanzie costituzionali e l’imposizione di sei settimane di stato di emergenza nello scorso novembre in seguito alle controversie sulla sua rielezione a presidente; le presunte responsabilità dei servizi segreti nell’assassinio della battagliera ex premier Benazir Bhutto; il presunto uso privato di fondi Usa contro il terrorismo.
Per Pervez Musharraf si parla ora di esilio, anche se lui dichiara di volersi difendere. Quanto alla successione, la Costituzione prevede che avvenga entro un mese. Non si fanno per ora nomi. Prima di Musharraf il presidente del Pakistan aveva scarsi poteri, probabilmente tornerà a essere così. A comandare sarà quindi il premier Gilani, figura piuttosto debole che deve confrontarsi con il leader della Lega musulmana ed ex premier Nawaz Sharif e con il vedovo di Benazir Bhutto e capo del suo partito Ppp, Asif Ali Zardari. Il cui figlio Bilawal, arrivato proprio ieri a Karachi, ha confermato esultante ciò che aveva detto il giorno dell’assassinio di sua madre Benazir: la democrazia in Pakistan sarà la miglior vendetta.