PALALIDO L’isola della boxe che non c’è

L’appuntamento è alle venti, al Palalido di Milano, per la riunione di boxe che si svolge intorno all’europeo dei superwelter Piccirillo-Jones. Ma so che questo appuntamento viene da lontano, da altre epoche. Sulle prime non riesco a calcolare bene questa lontananza. Il primo pensiero è che la boxe abbia qualcosa a che vedere con mio padre. Mio padre conosceva alcuni pugili. Spesso Sante Amonti, talentuoso massimo poco innamorato della fatica, era suo compagno al bar.
Credo che andasse qualche volta ad assistere a incontri dal vivo. Lo dico perché quando li vedevamo insieme in tv mi spiegava che la tv rendeva impossibile valutare la potenza di un colpo. Mi diceva anche che chi sedeva a bordo ring rischiava qualche volta di tornarsene a casa col vestito imbrattato di sangue. La boxe è legata per me alle grandi levate notturne per assistere, insieme con mio padre, ai grandi match. Uno su tutti: Foreman-Alì, Kinshasa 1974.
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L’ingresso al Palalido, il primo sguardo al pubblico, due parole con gli assistenti, un colpo d’occhio sui volti intenti allo spettacolo (sono infatti in ritardo, e il primo incontro è già cominciato) mi segnalano che ci sono cose più antiche del mio rapporto con mio padre, voci più lontane.
Quello che vedo, alla prima occhiata, è un mondo abbastanza povero. Non c’è molto da scialare. Gli addetti al servizio sono tutti, a prima vista, pugili. Anche gli spettatori mi sembrano tutti pugili: palestrati, tatuati, profumati di bagnoschiuma. Per fortuna c’è Sky, che sponsorizza la serata. Così abbiamo ricominciato a vedere un po’ di boxe in tv. Il moralismo (che è necessario alla nostra società esattamente quanto i mali che combatte) ha emarginato la boxe: sport violento, sport che ammette la morte come una possibile ospite (si può uccidere rispettando le regole), sport barbaro.
L’ultimo personaggio che la boxe esportò nel mondo non pugilistico fu Mike Tyson. Ma non fu un buon affare, anche se forse lo stesso Iron Mike è stato vittima di un gioco perfido. Ciò nonostante, il pugilato non è morto. Nell’età del silenzio mediatico il mondo della boxe ha conosciuto autentici fuoriclasse: da Roy Jones jr. a Bernard Hopkins, da Oscar De la Hoya alla classe inarrivabile del «principe» anglo-yemenita Naseem Hamed, dal terribile Julian Jackson fino ai dominatori attuali, come Floyd Mayweather e il filippino Manny «Pacman» Pacquiao.
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Il suocero di mio fratello, signor Mino, che ha praticato da giovane un po’ di boxe a livello amatoriale, mi ricorda però che quello tra Milano e il pugilato è un flirt di lunga data. Milano ha dato i natali a campioni del mondo come Duilio Loi (forse il più grande di tutti) e Sandro Lopopolo, ma ha tenuto a battesimo e offerto una patria adottiva a molti altri, da Aldo Spoldi al ticinese Cleto Locatelli, vero prodigio di tecnica. La boxe ha voluto dir molto, per Milano. Fa tristezza, confessa il signor Mino, venire al Palalido, che era un tempio, e vederlo mezzo deserto. Non c’è più la voglia di soffrire, dice. La boxe è sofferenza anche per chi guarda, adesso tutti girano le spalle alla sofferenza.
Però, dice, il pugilato non è ancora morto. Guardi quello che combatte stasera, come si chiama, il Piccirillo. L’è un bel boxeur, ben costruito, schiva bene, si muove bene sul tronco, lavora col sinistro che pare un fioretto, va dentro col destro, vediamo stasera con quell’inglese qui... Siamo nel vivo della riunione e allora basta con la malinconia.
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Il pugilato non è morto perché non può morire. Lo si legge sulle facce di questi pugili che mi circondano. Riconosco Francesco Damiani, ora commentatore tv, in giacca e cravatta; riconosco il grande Rocky Mattioli, campione negli anni Ottanta, più smilzo adesso di allora, che se ne va per il Palalido in giubbotto di pelle nera e fez; riconosco l’ottimo Pietro Aurino. Ma chi li conosce, fuori dalla cerchia degli appassionati?
Un mondo a parte: questa è la boxe, oggi. E se la tv ce la vuole mostrare, che lo faccia negli orari consentiti, perché va bene tutta la violenza che incessantemente viene riversata addosso ai bambini dalla tv e da Internet, ma la boxe no, quella non è accettabile. Perché? Perché la boxe è una lingua, dall’accento anglosassone, che ci parla del Destino. Ci parla di violenza ma anche della necessità di essere uomini, e di esserlo in fretta. È questo che disturba il nostro mondo di eterni adolescenti. Non il male in sé, ma il male che non si evita.
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L’incontro-clou vede di fronte il miglior pugile italiano di questi anni, Michele «Gentleman» Piccirillo, ex mondiale Wbu e Ibf e ora campione europeo, e l’inglese Michael «The Destiny» Jones. Sulla tribuna opposta alla mia c’è un gruppo di chiassosi supporter venuti dall’Inghilterra. Li avevo già notati un’ora fa, mentre cercavo una pizzeria, in un pub di piazza Stuparich. Guardandoli, capisco che la boxe, pur rappresentando qualcosa di universale, non potrà mai togliersi di dosso il Dna inglese: il mito dell’uomo feroce, duro a oltranza, della scorza temprata dalla sofferenza e dalla fatica.
Come suona il primo gong i due cominciano ad affrontarsi senza escandescenze ma senza troppe fasi di studio. Jones è più alto di parecchi centimetri e la sua boxe è tutta concentrata sulla ricerca della distanza. Non sembra molto fantasioso e sembra anche piuttosto rigido, il che mi fa pensare che accusi i colpi, però svolge il suo lavoro con costanza e diligenza. Uno come lui è obbligato a possedere un gran pugno, altrimenti fa poca strada. La storia della boxe è piena di spilungoni picchiatori: penso a Bob Foster, penso a Thomas Hearns, penso al grande e sfortunato Gerald McClellan. Ma il record di Jones indica pochi ko. Meglio così, molto meglio.
Piccirillo, ormai sulla soglia dei trentasette anni, è un grande professionista. Ottimo tecnico, è più basso di Jones, ma possiede colpi migliori. Il suo destro punge (29 ko su 46 incontri, dei quali molti di alto livello, sono un record importante), ma è bellissimo anche il sinistro, che sembra partire da solo, sempre con i tempi giusti, e va quasi sempre a bersaglio.
Lo schema dell’incontro è semplice. Michele deve per forza entrare nella guardia di Jones, che a sua volta deve impedirglielo. Ma nel pugilato, come nella vita, più gli schemi sono semplici più sono difficili da realizzare.
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Gli intervalli tra un round e l’altro ci offrono lo svago più genuino, il divertimento più nostrano, immancabile in un mondo in cui per campare si è costretti a prendere cazzotti in faccia: le gambe, le facce e i corpi delle ragazze. Durante il combattimento se ne stanno appoggiate alle transenne a chiacchierare dei fatti loro, e non sembrano molto interessate allo spettacolo di cui, in realtà, fanno parte. Sono tutte alte e sottili, e tutte presentano qualcosa di speciale: o un bel davanzale o un bel popò, meglio se tutti e due. Qualche ragazzino, cellulare alla mano, provvede a immortalare le gradevoli propaggini.
Perché le ragazze sono necessarie al pugilato? Perché presentano corpi freschi, giovani, intatti, corpi che nessuno prenderebbe mai a pugni. Le ragazze simboleggiano la vittoria, il premio per la fatica, l’oggetto della conquista, l’amore dopo la guerra, Penelope dopo Troia e l’interminabile ritorno. Probabilmente, nel contratto di lavoro sono comprese le inevitabili occhiate, i fischi e qualche toccatina: ragazza, se non sei disposta a tutto questo, meglio non firmare. Non è il tuo mondo.
La boxe è qualcosa che la donna conosce nel profondo di sé. Il tesoro della sua bellezza appartiene a questa storia di muscoli, ossa e sangue. Alle sue mani sarà affidato l’unguento per le ferite. La donna ama la forza e il coraggio dell’uomo: ne ama persino l’arroganza, se vi legge il segno della forza. Per parafrasare Eschilo: la gallina ama il gallo. Ma è sempre un amore pericoloso, condito di sofferenza e tradimento, perché la forza e la bellezza non hanno proprietari: oggi sono tue, domani di qualcun altro.
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L’incontro prosegue. Dopo una prima fase in cui il nostro sembra prevalere, per un paio di round l’inglese sembra avere gioco facile. Oltretutto il nostro è ferito al sopracciglio e all’angolo viene letteralmente ricoperto di vaselina. I round finali però segnano il ritorno del nostro paziente campione, che mette più volte in difficoltà l’avversario.
Le riprese più trasparenti, soprattutto negli incontri che contano, sono la penultima e l’ultima. La penultima si presenta apparentemente calma. A questo punto del match, i due sanno perfettamente chi sta vincendo ai punti. E se lo spettatore non lo sa, adesso lo saprà. Chi è in vantaggio tende a evitare gli scambi, a far passare la ripresa senza grosse emozioni, mentre chi è in ritardo alimenta l’incontro ma non troppo, per non farsi trovare scoperto dall’altro, che gode di maggior tranquillità e può perciò approfittare di qualsiasi errore. Tutti e due, in un modo o nell’altro, stanno già pensando a come affrontare il round successivo.
Il dodicesimo round si apre con Jones - che sta perdendo - all’attacco. Per molte riprese ha marciato all’indietro per impedire a Michele di raggiungerlo, ora tocca a lui attaccare, e lo fa con coraggio. Ma così facendo regala la vittoria a Piccirillo, che è più esperto, lo lascia sfogare, si difende bene e poi contrattacca sui punti deboli dell’avversario. A un minuto dalla fine, l’epilogo: sospinto verso l’angolo, Jones viene investito da una precisa combinazione, che lo mette giù. L’incontro è finito, tra il delirio di noi tifosi. Sollevo gli occhi verso i tifosi inglesi, ma i codardi se la sono già squagliata. Nel momento del dolore, hanno lasciato solo il loro campione e se ne sono tornati al pub.
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Michele esulta, Michael è triste come la morte. Mi accorgo che i due contendenti hanno lo stesso nome. Michele però, che non a caso è detto «gentleman», non se la sente di esultare mentre il suo leale avversario piange. Va da lui, gli parla, lo consola, anche l’altro dice qualcosa, si alza, alla fine i due si abbracciano per l’ultimo applauso e fanno il giro del ring insieme. Io guardo le loro facce e scopro che sono come i loro nomi: pressoché uguali, come se i pugni alla fine le avessero scolpite allo stesso modo.
La boxe è una rappresentazione, è la recita della stretta finale, quella che non si evita. Storie di cow-boys, storie di crimine, film polizieschi, James Bond, fantascienza: anche nell’età delle future guerre intergalattiche il Bene e il Male finiranno per scontrarsi in un corpo-a-corpo decisivo: prima con le spade (laser o non laser), poi a pugni. Si arriva sempre lì. Questi poveri, grandi gladiatori sono gli interpreti di un film che non abbiamo più voglia di vedere, a Milano. Ma la stretta finale esiste lo stesso, e il film non sarà tolto dalla circolazione.
Eppure, una volta uscito nel freddo e nel nevischio di piazza Stuparich, mi sembra di avere sognato. Un centimetro fuori dal Palalido nessuno sa che Michele Piccirillo ha conservato il titolo europeo dei pesi superwelter. Nessuno conosce la sua faccia, né la faccia del suo avversario. Nessuno sa che c’era un incontro di boxe. Un tizio, che ha visto delle luci attraverso i vetri, mi ferma e mi chiede se per caso c’era una festa da ballo. Gli rispondo di sì, che hanno ballato. C’erano certe ragazze...
(4. Continua)