Al Palalido test d’equiparazione per alunni egiziani

Parlano italiano, frequentano le scuole italiane e amano l’Italia. Sono i figli degli immigrati di seconda o terza generazione, ragazzi e ragazze che tuttavia - per scelta autonoma o spinti dai genitori - decidono di mantenere un legame con il loro paese di origine: un’esigenza per salvaguardare la propria identità ma anche una decisione pratica se un domani decidessero di tornare in patria. E se la signora Xiao Zhen Yang ha ritenuto opportuno mandare il proprio bambino una volta alla settimana a un corso di cinese per non dimenticare le radici d’Oriente (vedi sopra), gli egiziani si sono organizzati in questi giorni per assicurare ai figli una pagella riconosciuta nel loro Paese: settecento ragazzi, dalla terza elementare alla prima superiore, provenienti soprattutto da Milano ma anche dal Nord Italia.
Le prove, organizzate dal Consolato egiziano di Milano al Palalido, sono iniziate martedì e terminate domenica scorsa e serviranno per equiparare i titoli di studio italiani con quelli egiziani. Se da un lato i giovani immigrati in Italia sono determinati a difendere la propria identità e la lingua d’origine, esiste anche un fenomeno inverso. Ogni anno nel mondo aumenta il numero di coloro che desiderano imparare l’italiano per diversi motivi: la necessità di emigrare in Italia per lavoro, il desiderio di apprendere l’italiano come seconda lingua per affrontare master o dottorati, per il gusto di riscoprire l’idioma dei propri avi o per comprendere meglio la musica, l’arte e la storia del Bel Paese. Lo ha spiegato Alfonso Baldwin Quevedo, presidente del comitato della Società Dante Alighieri di Trujillo, una delle principali città del Perù.
L’italiano resta comunque la lingua più amata in molte parti del mondo, anche le più impensate: nella sperduta Slovacchia, tra le betulle lettoni o in mezzo alle campagne ucraine, non è difficile trovare studenti eccellenti e profondi conoscitori della nostra lingua e cultura. Talvolta più bravi di noi.