Palatucci e la benedizione di Pio XII

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«Sua Santità mi ha incaricato di farle noto che questo denaro è preferibilmente destinato a chi soffre per ragioni di razza...». Così il 2 ottobre 1940 il cardinale Luigi Maglione, Segretario di Stato di Pio XII, scriveva al vescovo di Campagna, Giuseppe Maria Palatucci, inviandogli un assegno di tremila lire da destinare all’aiuto degli ebrei. Il vescovo di Campagna era zio di Giovanni Palatucci, il capo dell’ufficio stranieri della Questura di Fiume, uno degli eroi italiani che in tempo di guerra salvarono migliaia di vite di israeliti strappandoli dall’orrendo destino dei lager nazisti, finendo poi lui stesso deportato e ucciso a Dachau. Il nipote forniva lasciapassare e documenti falsi, lo zio vescovo accoglieva e assisteva gli internati, il Vaticano di Papa Pacelli sapeva, cooperava, finanziava.
È illuminante, per ricostruire il contesto di quegli anni, la bella biografia di Giovanni Palatucci (Capuozzo, accontenta questo ragazzo, Edizioni San Paolo, pp. 310, 16 euro), scritta da Angelo Picariello, giornalista del quotidiano «Avvenire», che arriva in questi giorni nelle librerie. L’autore ha svolto una ricerca appassionante, ascoltando i pochi testimoni ancora viventi e consultando una vastissima mole di carte d’archivio, molte delle quali inediti. Tra le carte pubblicate nel libro, spicca la corrispondenza tra il vescovo, zio del coraggioso poliziotto, e la Segreteria di Stato. «Mi rivolsi al Santo Padre gloriosamente regnante, Pio XII – testimonierà negli anni Cinquanta monsignor Palatucci nel corso di un’intervista alla radio israeliana – perché mi mandasse dei sussidi, sicché in quegli anni, io potei aiutare gli ebrei con una somma di circa centomila lire: somma a quel tempo, molto importante». Dagli archivi spuntano infatti le tante lettere inviate dal vescovo alla Santa Sede per chiedere denaro. Nella prima risposta, dell’ottobre 1940, è lo stesso cardinale Segretario di Stato ad accompagnare l’assegno con la raccomandazione di Papa Pacelli affinché la somma fosse spesa in favore di chi «soffre per ragione di razza», cioè per gli ebrei. Già nei mesi successivi, l’attivo prelato, fedele alla massima evangelica «chiedete e vi sarà dato», insiste con nuove richieste, documentando per filo e per segno la destinazione delle offerte per gli internati israeliti, radunati a Campagna. Da Roma, da Pio XII, arrivano nuovi aiuti, nuovi soldi. Ancora nel maggio 1941, l’allora monsignor Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI, uno dei principali collaboratori di Pacelli) scrive al vescovo Palatucci inviando nuovi fondi da destinare per volontà del Pontefice «allo scopo da lei esposto». Grazie alla sua insistenza nel domandare, il vescovo «riesce a dare aiuto – scrive Picariello – a oltre mille internati che vengono nel corso degli anni assegnati al campo dell’ex convento di San Bartolomeo». Il Papa sa, approva, benedice e, soprattutto sovvenziona.
Questo è soltanto uno degli aspetti per così dire «collaterali» della storia principale, quella di Giovanni Palatucci e della sua attività all’ufficio stranieri della Questura di Fiume. «Tenerne la contabilità nell’arco dei cinque anni in cui si è dispiegata è impresa impossibile – osserva l’autore della biografia –. Ma in base alle ricostruzioni già agli atti e alle testimonianze che ci è stato possibile raccogliere – per un’opera di cui non si conservava certo documentazione – riteniamo si possa realisticamente parlare di circa diecimila persone aiutate e in gran parte salvate, direttamente da Palatucci o sotto la sua supervisione. Ebrei, ma non solo. Persone sottratte alla deportazione, ma anche, a migliaia, aiutate e instradate in vario modo, per scampare a controlli e ristrettezze». Testimonierà da Genova Riccardo Niri Hönigsfield: «Giovanni Palatucci è un emblema, una bandiera, di umanità. Un uomo integrale, un giusto fra i popoli, per dirla nel modo ebraico. Egli salvò mia madre Serena e mio padre Marco da sicura deportazione, avvisandoli personalmente, come fece per tanti altri, di casa in casa, o mandando sue persone di fiducia... È un uomo da ricordare sempre. Zichronò liberachà, la sua memoria sia benedetta».
Infine una curiosità: il libro prende il titolo da una frase scritta in un biglietto da Palatucci, che già si trovava nel vagone piombato diretto a Dachau, a uno dei suoi collaboratori, l’allora brigadiere di PS Pietro Capuozzo, per segnalargli il nome di un ragazzo anche lui deportato e quello della madre da avvisare. Anche nel momento estremo, Palatucci non pensava a sé, ma sempre agli altri. Quel Capuozzo era il papà di Toni, l’inviato del Tg5, che firma una commovente prefazione al libro.