Palazzi e Borrelli i due sconfitti del grande processo al pallone

In cinque anni da procuratore federale si tratta della prima «batosta» per l’ex magistrato militare

da Roma

Lunedì aveva lasciato la Capitale con la sensazione che l’impianto accusatorio da lui costruito stava per essere smontato pezzo per pezzo. E così è stato: davanti alla tv, nella sua casa napoletana, il procuratore federale Stefano Palazzi avrà avuto un sussulto. Il colpo di spugna cancella in pochi minuti le sue richieste. E infligge la prima sconfitta in cinque anni all’inflessibile procuratore. Nella sua durissima requisitoria del 4 luglio, aveva richiesto retrocessioni a raffica; la sentenza della Corte federale distingue tra chi ha fatto illeciti e il resto del gruppo. Affermata la colpevolezza di tutti, ma disattese le sanzioni richieste: questo avrà pensato Palazzi, che con la forza del diritto aveva rintuzzato gli attacchi delle difese dei singoli imputati di Calciopoli. Rimettendosi alla professionalità della corte, che ha spazzato via il suo castello di accuse.
E a uscire sconfitto dalla piovosa serata romana è stato anche Francesco Saverio Borrelli. Il commissario straordinario Guido Rossi (molto amareggiato dopo le sentenze di ieri sera) lo aveva scelto a capo dell’Ufficio indagini. Lui, il capo del Pool di Mani Pulite, rispolverato per dare pulizia al calcio. E la sua indagine meticolosa, partita dagli atti della procura di Napoli, aveva prodotto una relazione pesantissima. Avrebbe voluto affossare la Juventus, la più colpevole di tutti anche nelle sentenze definitive, ma anche il Milan. E avevano fatto discutere (soprattutto non erano piaciute al presidente del Coni Petrucci) le sue dichiarazioni sul club rossonero alla vigilia delle richieste di Palazzi, arrivate poche ore prima della semifinale mondiale Germania-Italia a Dortmund. «Ci sono rischi ancora presenti per i rossoneri, le accuse sono marginalmente ridimensionate», disse il pm milanese. Alla fine il Milan resta in A e riguadagna anche la Champions League.