Palazzo Chigi ai dipendenti: «Timbrate, c’è la tv»

da Roma

«Cari colleghi, richiamo la Vostra attenzione sul rispetto dell’orario di lavoro dei vostri dipendenti. Più volte sono state viste telecamere davanti agli uffici di via della Mercede e alcuni dipendenti sono stati filmati mentre uscivano senza timbrare». In poche parole, tenete a bada gli impiegati e fategli rispettare gli orari. Ma solo perché fuori dai palazzi dei ministeri ci sono giornalisti e operatori Tv a caccia di scoop sui famosi fannulloni. È più o meno di questo tenore il richiamo che qualche settimana fa si sono vesti recapitare alcuni dirigenti della pubblica amministrazione dalla presidenza del Consiglio.
Il clima, insomma, è quello che è, tra opinione pubblica imbufalita con la casta e cittadini poco disposti ad accettare trattamenti di favore, soprattutto se i destinatari lavorano fianco a fianco con il potere politico. E se poi la minaccia è quella di ritrovare in tv le prove filmate che tra i ministeriali molti non sono esattamente stakanovisti, il rischio è massimo. Con tutta probabilità le telecamere incriminate sono quelle di Exit, trasmissione di La7 che ha recentemente dedicato una puntata agli impiegati pubblici e, in particolare, a quelli della presidenza del Consiglio. I nodi critici citati nel richiamo sono infatti quelli noti che affliggono in particolare Palazzo Chigi. Da quelli, per così dire, minori, come la pausa pranzo alla quale, ufficialmente, la stragrande maggioranza dei dipendenti della presidenza ha rinunciato in cambio di un anticipo nell’orario di uscita, ma che evidentemente gli impiegati continuano a fare. Poi c’è la questione caldissima degli accessi ai ministeri che dovrebbero essere regolati dai famosi tornelli all’ingresso, ma che stentano ad essere installati.
Negli ultimi mesi la battaglia sindacale dei ministeriali si è concentrata proprio su questa questione. È di pochi giorni fa, ad esempio, un’informativa che la presidenza del Consiglio ha inviato ai sindacati dei dipendenti circa l’installazione dei dispositivi che obbligano il dipendente non solo a timbrare il cartellino, ma anche a lasciare traccia del suo passaggio all’entrata e all’uscita dall’ufficio.
Pura routine per i dipendenti privati, abituati a controlli e verifiche del lavoro svolto. Quasi una violazione dei diritti, se i destinatari sono i lavoratori del pubblico. L’annuncio che l’amministrazione di Palazzo Chigi avrebbe reso un po’ più efficaci i varchi è stato aspramente criticato dalle rappresentanze dei dipendenti.
La Rdb-Cub, ad esempio, ha citato la «palese disparità» che si verificherebbe tra i dipendenti della presidenza del Consiglio che lavorano in sedi diverse. I rischi che i tornelli comportano «sul piano della sicurezza». Il fatto che, spesso, i dipendenti si devono spostare da una sede all’altra. Ed infine - si legge in una comunicazione del sindacato - la «mancanza dei servizi (punti di ristoro/bar) all’interno delle strutture».
In sostanza, dentro Palazzo Chigi non c’è né mensa né un bar e gli impiegati sono costretti ad uscire per rifocillarsi. Ma i dipendenti della presidenza non avevano, praticamente tutti, rinunciato alla pausa pranzo?