Palazzo Chigi: dobbiamo pensare ad altro

Sorpresa tra i fedelissimi che giurano: non abbiamo ancora visto le carte. Coinvolti uomini su cui nell’Ulivo si raccolgono giudizi velenosi

da Roma
È «caduto dalle nuvole», Romano Prodi. La notizia dell’avviso di garanzia da Catanzaro, assicurano nel suo entourage, lo ha colto «totalmente di sorpresa».
A Palazzo Chigi la parola d’ordine è una sola: «Non sappiamo nulla, non abbiamo visto nessuna carta, aspettiamo di capire di che si tratta». Una cosa però è certa: stavolta dalle parti del premier non si grida al complotto, alla persecuzione, alla trappola mediatica come è stato in altre vicende giudiziarie o scandalistiche che hanno colpito uomini vicini al premier o - vedi caso Mitrokhin o Telekom Serbia o caso Rovati -. Stavolta si attende di sapere di cosa si tratta. Lui, Prodi, ieri pomeriggio (passata la tempesta del Senato sull’ordinamento giudiziario, e tirato un sospiro di sollievo) è comunque partito per Bologna, come fa ogni fine settimana. E fa sapere di non essere affatto agitato dalla maxi-inchiesta su un presunto comitato d’affari in azione tra Bruxelles e San Marino, che coinvolge da vicino alcuni suoi stretti collaboratori: «Ho ben altro a cui pensare, in questi giorni», si è lasciato scappare. Certo, ben altro: una maggioranza in stato di pre-collasso, una difficile trattativa sulle pensioni ancora da chiudere, un governo «in lenta agonia», come dice sconsolato uno che di quell’esecutivo fa parte.

Però nessuno nega che quella piombata da Catanzaro sia una nuova tegola che colpisce Palazzo Chigi, e che non contribuisce certo a risollevarne gli umori. Magari, come confidano alcuni prodiani, tutto «si risolverà in una bolla di sapone». Ma il danno d’immagine intanto c’è. E gli uomini coinvolti nell’inchiesta sono amici stretti e protetti di Prodi. Tant’è che basta farne i nomi, in giro per l’Ulivo, per raccogliere commenti velenosi.

Il giovane Sandro Gozi da Cesenatico, ad esempio, è uno dei cinque deputati che il premier ha personalmente fatto candidare nella sua «quota», nelle liste dell’Ulivo. Era stato «assistente politico» di Prodi durante la sua presidenza della Commissione europea, è stato piazzato come vicesegretario e luogotenente prodiano ai vertici di quel Partito democratico europeo che venne fondato con Bayrou e Rutelli per dare un tetto a Strasburgo alla Margherita. E dopo la sua elezione a deputato, il premier (che lo sportivo Gozi racconta di «accompagnare nel suo jogging quotidiano») ha così tenuto a dargli un ruolo di rilievo da volerlo a tutti i costi alla presidenza del comitato Schengen del Parlamento. Rinunciando in cambio, per ragioni di spartizione cencelliana dei posti all’interno dell’Ulivo, ad avere Mario Barbi, ex Authority Tlc, in commissione di Vigilanza.

Una scelta che ha fatto infuriare l’intero gruppo dei prodiani: «Abbiamo rinunciato ad avere voce in capitolo in un posto chiave come la Vigilanza per dare una poltrona a Gozi», lamenta ancora oggi uno di loro. Lui, nell’annunciare la candidatura in un comunicato, si presentava così: «Sandro Gozi è l’astro nascente della politica italiana. Giovane, competente, appassionato, non è semplicemente un volto nuovo. È il ritratto di come la competenza l’energia possano mettersi al servizio della comunità». Oggi dice: «Sono totalmente estraneo, ho fiducia nei magistrati».

Tra gli altri indagati c’è anche Piero Scarpellini: dipendente della sammarinese Pragmata (costituita da molti ex Nomisma), si definisce consulente per le questioni africane del premier e ha guidato missioni del governo in Libia, dove ha rapporti stretti con Gheddafi. Suo figlio Alessandro è stato «portaborse» di Prodi durante la campagna elettorale e ora lavora a Palazzo Chigi.