Palazzo Chigi come Fort Alamo: con gli alleati siamo ai materassi

Fonti vicine al premier sulla nomina di Fabiani: quando è in difficoltà sceglie bolognesi o uomini dell’Iri. Malumore tra i veltroniani: sì a un governo di transizione

Roma - L’aneddotica ormai quasi mitologica che avvolge Palazzo Chigi si arricchisce di un nuovo episodio. Uno stretto collaboratore di Romano Prodi avrebbe confidato a un interlocutore che gli chiedeva lumi sulla nomina di Fabiano Fabiani alla Rai («perché lui?»): «Non potevamo fare altrimenti, con la maggioranza ormai “siamo ai materassi”». Formula idiomatica, in uso in Sicilia, per indicare quando è il momento di serrare le fila e prepararsi alla battaglia.

Ed è esattamente quel che sta facendo il presidente del Consiglio. «Fra l’altro - osserva chi lo conosce bene - ogni volta che Prodi si deve blindare sceglie due tipi di persone: o sono bolognesi o vengono dall’Iri». E Fabiani è stato direttore generale e presidente della Finmeccanica. Il paradosso è che Prodi non si sta blindando, non “è andato ai materassi”, per prepararsi alla battaglia (magari parlamentare e sulla finanziaria) contro l’opposizione. Ma contro la sua maggioranza.

Gli spifferi contro il presidente del Consiglio che filtrano dal Botteghino sono sempre più numerosi. Soprattutto quelli che arrivano dalla “famiglia Veltroni”. Il candidato alla guida del Partito democratico sembra abbia accolto piuttosto male i diversi sondaggi sulla popolarità del governo e sull’orientamento al voto degli italiani. Non perché non conoscesse l’aria che tira sul Palazzo, ma perché aveva chiesto espressamente azioni al governo, per superare la sensazione che stesse “tirando a campare”.

Con un particolare. Ogni volta che in passato Veltroni ha spronato il governo in una direzione, questo è andato dalla parte opposta. Ultimo caso, le tasse. A questo punto, gli uomini che circondano il sindaco di Roma dicono apertamente che piuttosto di continuare a farsi logorare da Prodi, Veltroni sarebbe pronto a sacrificarlo in cambio di un governo di transizione; pur di non andare a votare.
Il voto anticipato, infatti, in caso di vittoria della Casa delle libertà (come dicono i sondaggi) rischierebbe di coincidere con la sua eclissi politica. E non a caso, Prodi ribadisce in pubblico (ma con maggiore veemenza in privato) che se cade si va al voto. Franco Marini, nome a cui corre la mente della maggioranza quando si fanno avanti ipotesi del genere, però, avrebbe già fatto capire che sarebbe anche pronto a un incarico a Palazzo Chigi. Ma vuole restarci almeno per un anno. Mentre oggi riceve garanzie (dalla maggioranza e da qualche esponente dell’opposizione) per una durata più breve. I colloqui fra il presidente del Senato sull’argomento sono talmente intensi che, forse per gioco, è stata già quasi completata la lista dei potenziali ministri. E sarebbero molti meno degli attuali.

A generare tensioni nella maggioranza (benvenute dall’area-Veltroni) contribuisce anche il protocollo sul welfare, che si accinge a essere condiviso dai lavoratori con il referendum; nonostante la Fiom-Cgil abbia dato indicazione di bocciarlo. Rifondazione comunista, Pdci, Verdi e Sinistra democratica hanno già fatto sapere che daranno battaglia in Parlamento se quel protocollo - seppure condiviso dai lavoratori - dovesse entrare a far parte della Finanziaria: nella manovra propriamente detta o in un decreto legge collegato. Ed è esattamente quel che vogliono i cosiddetti moderati (ormai una condizione dello spirito), che Prodi considera - ogni volta che prendono posizione - come traditori. È da loro che si attende lo sgambetto.

A differenza del 1998, però, il presidente del Consiglio ha già fatto sapere ai “moderati” (ma anche a Fassino, Rutelli e Veltroni) che se dovesse cadere sarebbe pronto a denunciare ai quattro venti che i “congiurati” hanno «riconsegnato il Paese in mano a Berlusconi». Nel 1998 tenne a bada il suo senso di vendetta perché venne compensato con la presidenza della Commissione europea. Ora punterebbe ad altri incarichi; ma sono tutti occupati, a partire dal Quirinale. Per questo, in vista della Finanziaria (e di quel che avverrà dentro e fuori dal Parlamento), «va ai materassi»: come dice il suo collaboratore, e continua a vivere alla giornata. Ma da Palazzo Chigi.