Palazzo Chigi ha comprato soltanto tempo

Consigliamo ad Emma Bonino, e ai ridicoli riformisti che hanno fatto la sceneggiata sulla controriforma delle pensioni, e a Prodi, e ai suoi, di leggersi Millennium People, di J.C. Ballard. Si descrive una Londra di arrabbiati. Di una classe media che non ne può più. Di pr, avvocati, medici, creativi che da maggioranza silenziosa diventa frangia «rivoluzionaria». Se, come i parlamentari, fossimo penalmente irresponsabili delle nostre opinioni, diremmo esplicitamente che cosa pensiamo di questi politici che hanno venduto il nostro futuro. Cerchiamo più freddamente di spiegare ai lettori cosa è successo.
1. Il precedente governo aveva alzato bruscamente dall’anno prossimo l’età per andare in pensione a 60 anni. Per due motivi: viviamo di più e non possiamo concederci il lusso di pagare la pensione per 25 anni. Prodi e Schioppa hanno invece deciso di riportare l’asticella a 58 anni e poi gradualmente salire. Dicono che «è più equo e giusto». Balle. È iniquo poiché l’operazione costa almeno 10 miliardi che saranno a carico dei lavoratori autonomi e dei precari. Si tratta di un gigantesco (l’ennesimo) trasferimento di risorse da una parte della popolazione all’altra. Riguardo alla giustizia, non è certo di questa terra, ma men che mai di Palazzo Chigi. Vi sembra forse giusto ammorbidire l’andata in pensione a 120mila persone per farla pagare ai milioni di giovani che la pensione se la sognano?
2. Il governo Prodi sostiene che comunque con gradualità si arriverà ad un’età pensionabile di 62 anni. Posto che, come visto, questa gradualità ci costa 10 miliardi, essa si alimenta da un compromesso scellerato. Intanto, come detto, si penalizzano autonomi e precari. E poi si metterà mano alla Legge Biagi: quella che ha reso più flessibile il mondo del lavoro. Ebbene sul piatto delle trattative Prodi e Schioppa (ma questa materia può sempre far finta che sia di competenza altrui) hanno già garantito che controriformeranno anche la poca flessibilità che abbiamo conquistato. Lunedì Confindustria, oggi distratta a trovare un futuro al suo leader e un ruolo al suo direttore generale Beretta, dirà la sua. Al Giornale un suo autorevole vicepresidente ieri ha detto: «Sulla Biagi non faremo un passo indietro e lunedì tratteremo». Speriamo: certo è che sulle pensioni ne hanno fatti dieci di passi indietro. Anzi undici, considerati i tremila prepensionati che Fiat, Merloni e pochi altri si sono portati a casa grazie alla loro morbidità sul tema complessivo della riforma del sistema previdenziale. Insomma non ci si può certo sedere al tavolo con Prodi dicendo: si alzi l’età pensionabile. E sotto al tavolo poi chiedere e ottenere dal governo risorse pubbliche per mandare in pensione impiegati e operai a 50 anni.
3. Ma in fondo come si può dare torto a Confindustria? Ha dovuto assumere un atteggiamento «realistico» di «contenimento del danno». Si è trovata un governo con nove membri ex sindacalisti della Cgil. I due presidenti di Camera e Senato anche essi sindacalisti. Un premier che si è formato nelle partecipazioni statali, dove le perdite venivano pubblicizzate (per la verità questo avveniva anche in alcune grandi imprese private) e dove il numero dei dipendenti era una variabile, per così dire, politica. In questo giro il successo si misura sui risultati di breve periodo, sull’applauso della massa agitata, sul consenso spiccio dei clienti e sulla capacità di nascondere il più a lungo possibile i costi della propria insipienza. Pazienza se lo Stato, attraverso le nostre tasse, finanzia con 60 miliardi di euro le casse dell’Inps. Già gonfie dei contributi sociali che imprese e lavoratori ogni mese pagano in abbondanza. Pazienza se signori che non hanno mai passato un giorno in ufficio ci spiegano che aumentando i contributi per i parasubordinati si fa loro un favore e non, come è evidente anche all’orso Yoghi, un danno.
4. Va bene tutto, si fa per dire: c’è sempre Ballard che ci risuona nella testa. Ma la morale e i finti distinguo, quelli no. Risparmiateceli. Mi dimetto, non mi dimetto, mi si nota di più se mi rimetto? Signora Bonino, se ancora ce l’ha, usi quella sua indipendenza di giudizio che la sua storia certifica. Qui c’è solo una cosa da fare: mandare a casa il governo delle corporazioni. La parte in commedia della sinistra massimalista è invece quella degli scontenti: l’alibi perfetto per Bonino e company per pulirsi la coscienza e lucidare la propria patacca di riformismo. E il modo migliore per ottenere da Prodi sul tavolo del Lavoro (la Biagi appunto) concessioni devastanti per la libertà di impresa. La morale è solo una: Prodi e i suoi hanno comprato tempo: stanno «fregando una generazione» per stare qualche mese in più al loro posto. C’è una parte del Paese che non ne può più: non è di destra, non è di sinistra. Ragiona.
Nicola Porro