Palazzo Chigi manda i facchini per sfrattare i dirigenti antidroga

Le competenze in materia sono passate al ministro Ferrero. La Presidenza del Consiglio cerca spazi, finisce in rivolta

Claudia Passa

da Roma

Quando ieri mattina, poco prima delle nove, il capo dell’Ufficio acquisizione beni, servizi e gestioni immobili della presidenza del Consiglio si è catapultato al quinto piano di via della Mercede numero 9, gli uomini e le donne del Dipartimento antidroga non credevano ai loro occhi. Anzi, alle loro orecchie. Già, perché l’ordine di «sgombero» pressoché immediato, piombato come un fulmine a ciel sereno, era rigorosamente verbale. Entro mezzogiorno i funzionari dell’Antidroga avrebbero dovuto far le valigie, perché sarebbe arrivata una squadra di facchini a sgomberare dieci stanze. Senza comunicazioni scritte, senza preavviso, senza spiegazioni ai diretti interessati. I cui uffici, secondo indiscrezioni, sarebbero destinati alla segreteria del Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica.
L’invito a togliere le tende, in mancanza di un ordine di servizio scritto e di tutti gli adempimenti del caso, è rimasto lettera morta, almeno per il momento. Anche perché ai dipendenti dell’Antidroga, impegnati nella stesura della relazione annuale al Parlamento, non era stato neanche indicato dove andare alla scadenza del fatidico mezzodì. Ma è difficile non rilevare la coincidenza con quanto annunciato da Paolo Ferrero, ministro per la Solidarietà sociale, non appena incassata per decreto l’attribuzione dei «compiti in materia di politiche antidroga». Il neoministro di Rifondazione comunista aveva manifestato l’intenzione di trasferire sotto il suo dicastero il Dipartimento, indicando in una decina di giorni il tempo in cui questo sarebbe avvenuto. Era il 18 maggio: i facchini sono arrivati puntuali come un orologio. Peccato che nel frattempo nessuno avesse provveduto a «concertare» alcunché con gli interessati, tantomeno con le rappresentanze sindacali «per di più - si legge in una durissima lettera della Cisl - mai consultate dall’amministrazione per concordare un piano organico di ricollocazione del personale all’interno degli uffici della presidenza del Consiglio».
Non solo. Sul fronte del personale il ministero dovrà vedersela anche con l’unico pronunciamento ufficiale a oggi espresso da Palazzo Chigi: all’indomani del decreto che attribuiva al nuovo ministero le competenze in materia di droga, di fronte alla preoccupazione dei sindacati, il segretario generale Carlo Malinconico aveva infatti assicurato per iscritto che «le disposizioni contenute nel decreto legge non pongono in discussione la posizione in presidenza del personale comunque appartenente ai ruoli».
Tant’è. Nei corridoi del Dipartimento la tensione è palpabile. Anche perché - si fa notare - il decreto non è stato ancora convertito in legge, e in gran segreto il lavoro di cesello per la presentazione degli emendamenti starebbe procedendo non senza tensioni. Il timore dei funzionari dell’Antidroga, di ogni orientamento, è di finire travolti nella «furia iconoclasta» mostrata dalla nuova maggioranza che fra i suoi primi bersagli annovera proprio la politica del governo uscente in materia di stupefacenti. «Siamo figure istituzionali - sottolineano con forza in via della Mercede -, al servizio dello Stato e al di sopra delle parti. Invece il clima che si respira è molto pesante». C’è chi racconta d’essersi sentito domandare quale tessera di partito avesse, e chi fosse il suo «referente». E in molti temono che il fallito «blitz» di ieri mattina possa essere il preludio alla distruzione del Dipartimento che ha al suo attivo circa 70 dipendenti e un bagaglio di attività dal valore trasversalmente riconosciuto.
Intanto, sul piano procedurale, i sindacati sono decisi a dare battaglia. La Cisl - ma non è la sola - parla di un «comportamento assurdo» che «genera meraviglia e indignazione». «Certamente - si legge in una lettera del sindacato a Malinconico - si configura come brutto inizio e un pessimo biglietto da visita per presentare una nuova gestione».
E meno male che doveva essere il governo del «dialogo», della «pacificazione» e della «concertazione».