A Palazzo Chigi strategia dell’anguilla

Il governo del professor Romano Prodi è lineare come un’anguilla. Non ha obiettivi esaltanti. Ne ha di mediocri, ma fa fatica a raggiungere anche questi.
L’ultimo è quello della riforma del welfare: pensioni, lavoro, aiuti ai più bisognosi. Antefatto. Il 23 luglio scorso il governo firmò un patto con le parti sociali. Cosiddette sociali, perché per i sindacati il sociale è ristretto al perimetro degli iscritti. I lavoratori che stanno fuori e i disoccupati non contano. Detto questo, in quel protocollo (che non fu firmato dalla Fiom, i metalmeccanici della Cgil) erano contenuti degli accordi da mettere nella Finanziaria. Ovviamente, se no che senso avrebbe avuto? Nella prima riunione della Finanziaria, alcuni giorni fa, di quel protocollo lì non s’è vista neanche l’ombra. Ha detto Prodi che l’agenda della riunione era pienissima e quindi se ne riparlava il 12 ottobre. Sennonché il ministro rifondarolo del welfare, Paolo Ferrero, ha sostenuto che quel documento è da rivedere. Bertinotti ha detto che la discussione è aperta. Ma, come al solito, il gigante del sofismo è stato Prodi. Sentite cosa ha detto: «Il protocollo sul welfare rimarrà quello siglato con le parti sociali. Riguardo al cambiamento, è un protocollo firmato con le parti sociali e quindi rimane quello, non è che si possono cambiare in modo unilaterale i protocolli». Linea ferma, pugno sul tavolo e avanti marsch. Ma solo per un attimo. Infatti, pochi secondi dopo, il sempre più bizantino presidente ha detto: «Poi è chiaro che il Parlamento ha ampia libertà d’azione». Che vuol dire? Essendo che le cose dette da Ferrero sono sostanzialmente condivise da tutta la sinistra estrema, vuol dire che questa in Parlamento cambierà i contenuti del protocollo. Se no, non lo voterà. Lo capisce anche una trota. Ma un’anguilla no. Staremo, come al solito, a vedere, senza aspettarci grandi spettacoli.
Nel frattempo che la maggioranza a Roma si lacera in questo modo, Daniele Capezzone, sabato, a Milano, ha fatto una proposta che farà venire l’itterizia a Visco, a Prodi e a Padoa-Schioppa di passare in cinque anni a un’aliquota unica (flat tax) del 20%, in modo che sarebbero ridotte le tasse a tutti, compresi quelli che oggi pagano il 23 per cento. Questo comporterebbe una riduzione della spesa pubblica dell’1% annuo (5% in cinque anni), cioè uno 0,4% annuo del Pil, pari al 2% in cinque anni. Si tratterebbe di riportare la spesa pubblica dall’attuale 51% del Pil al 49%, cioè si tratterebbe di spendere un po’ meno della metà di tutto quello che si produce in questo Paese. E sarebbe ora. Il presidente della commissione delle Attività produttive della Camera ha anche indicato dove andare ad incidere: l’abolizione dei trasferimenti alle imprese, tagli alle consulenze della pubblica amministrazione, blocco del turnover della pubblica amministrazione, innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni. Mentre occorrerebbe approfondire questa possibilità della riduzione della spesa pubblica, possiamo già dire che la proposta va nella direzione giusta. Con un piccolo particolare: va in quella contraria a quella del governo. Ora è vero che Daniele Capezzone sta al governo Prodi come Il Giornale sta al comunismo. Zero. Ma questo non conta, perché conta valutare la possibilità di fare un ragionamento che va in senso contrario. E che Capezzone ha fatto. Cioè ha avuto il coraggio di rompere la cappa di piombo che si è creata in questo Paese (e dove l’opposizione anche non brilla quanto a iniziative) per la quale ci sono una serie di dogmi intoccabili. Uno di questi è che non si può toccare la spesa pubblica, e dunque non si possono ridurre le tasse. E se è così fa bene Ferrero a rivendicare tutte le sue cosucce. E intanto l’anguilla continua a muoversi.
Paolo Del Debbio