Il palazzo dove l’abusivo detta legge

I piani sono divisi per nazionalità. La vigilanza privata fa entrare solo gli extracomunitari

I piani come valichi di frontiera. Le stanze come veri e propri locali, con negozi per lo «shopping», area giochi, nursery. Il palazzo semidistrutto in piazza Metastasio, nel cuore della periferia svegliata ogni mattina dagli incendi contro i clandestini, è qualcosa di più di un dormitorio abusivo. È una sorta di comune internazionale. C’è il piano degli indiani, quello dei pakistani, quello dei romeni e quello dei senegalesi. Se lo sono spartiti con un tacito accordo o magari con qualche prova di forza, ma ora ci vivono indisturbati. Anzi, addirittura protetti dai guardiani, dalla vigilanza privata che scaccia con le maniere forti persino chi tenta di mettere il naso dove non dovrebbe. Loro, gli abusivi, «possono entrare», il fotografo «no, perché non ha il permesso».
Storie di una Genova di ordinario degrado. Storie che si ripetono laddove c’è un palazzo abbandonato o anche solo un appartamento non abitato e la cui proprietà è di tutti, cioè di nessuno. Laddove uno stabile è pubblico. Lì, però, a Cornigliano, mentre le ruspe lavorano per buttare giù i pezzi di un’acciaieria che non serve più, è qualcosa di più di un’occupazione abusiva. Perché c’è un’organizzazione «condominiale» che sembra una struttura militare. A cominciare dalle torrette di avvistamento. Ad avvicinarsi, si viene subito presi in consegna da occhi attenti che scrutano da dietro le persiane che non ci sono più. Occorre mimetizzarsi. E il fotografo sceglie di fare le cose con la massima naturalezza. Scorge un varco aperto tra le reti arancioni strappate. Ma non fa in tempo a raggiungere l’apertura che dietro di sé vede spuntare tre extracomunitari. Sembrano romeni. «Un uomo e due donne - specifica il collega -. Ma tutti e tre erano con il cellulare attaccato all’orecchio. Li seguo facendo finta di niente, anche se mi sento un osservato speciale».
Questione di pochi secondi. Perché al varco ci si arriva subito. Dove un tempo c’erano delle scale non resta altro che qualche tavola. Sufficiente però a consentire l’arrampicata degli stranieri. «Più che altro è stato un balzo - precisa il fotografo -. Sono spariti subito, sono saliti ai piani superiori velocemente». Come apripista sono l’ideale, perché consentono di scoprire zone altrimenti sconosciute. Nel palazzo c’è una vera e propria nursery e un’area piena di giochi per i bambini. Ovviamente in apparenza disabitate, perché nel primo pomeriggio, e soprattutto in presenza di «estranei», in giro non si vede nessuno. Poi c’è il «tesoretto del condominio». Un ammasso di refurtiva di ogni genere, compresa una vera e propria officina. O meglio, un deposito di moto e scooter. Facile scommettere che siano rubate, più difficile è capire come abbiano fatto ad arrivare fino a lì, impossibile rispondere alla domanda più intrigante: perché nessuno le va a recuperare.
Ma la sorpresa più grossa deve ancora arrivare. Perché mentre il fotografo si aggira ancora curioso, vede in lontananza una Panda bianca. Ha degli adesivi o qualche scritta sulla fiancata. Si avvicina. È quella della vigilanza privata che opera per la Sviluppo Genova, la società pubblica che gestisce l’area e dovrebbe curare l’intero progetto di ristrutturazione, a partire dal palazzo-dormitorio. L’auto rallenta, l’autista scruta l’«intruso». Poi si ferma, mette la retro, scende: «Fermo lì, dove vuole andare? È zona proibita, può crollare tutto». Alla raffica di domande non serve replicare con la constatazione più ovvia: «Sto facendo un servizio fotografico, seguivo degli extracomunitari, sono là dentro. Anche per loro sarà pericoloso, no?». Raggelante l’ennesima replica: «Loro possono, la società sa che ci sono, lei non è autorizzato». Una giustificazione che ha poco valore, non implica direttamente alcuna responsabilità della Sviluppo Genova, anche se tutti sono a conoscenza della situazione e nessuno interviene, magari in attesa che prima o poi le ruspe facciano il loro corso.
La frase del vigilante però è un ultimatum. Perché il fotografo comunque «non è autorizzato» e deve andarsene. Con le buone possibilmente, ma visto che insiste, meglio prenderlo di peso e fargli capire che non ha il «passaporto» per entrare nell’«internazionale». Lui non può occupare abusivamente come gli altri. Vabbé qualche foto è stata fatta, il servizio non sarà ancora finito, ma non vale la pena discutere. Anche perché dire di essere un fotoreporter romeno non serve. Semplicemente perché il guardiano non ci crede.