Da Palazzo Ducale una nuova dichiarazione d’amore per Genova

(...) anzi - e sono orgoglioso che scriva per noi. Ma sull’articolo in cui raccontava tutto il suo sconforto e la sua delusione ogni volta che torna a Genova, non sono d’accordo. Per nulla. Anche se, le assicuro, sicuramente Maifredi ha sbagliato per eccesso d’amore, per un sovrappiù di passione. Non per il motivo opposto, su questo ci metto la mano sul fuoco.
Sarà la comune origine bergamasca, ma anch’io mi sento più genovese dei genovesi. E con tutti i limiti e tutti gli errori con cui è amministrata Genova, ne sono innamorato ogni giorno di più. La sua bellezza straniante; la sua poeticità che non a caso ha portato a nascere e crescere qui tutti i maggiori poeti italiani contemporanei; la sua forza che la porta a rinascere ogni giorno sulle ceneri di cattive o pessime amministrazioni, sono qualcosa di una forza straordinaria.
E buttarci giù da soli, autodenigrarci, invidiare città che non hanno nulla da invidiare a Genova, è il miglior modo per dire che, davvero, Genova è come la descrivono quelli che ne parlano male. Funziona come per la crisi: si entra in un circolo vizioso da cui uscire è impresa improba, quasi impossibile.
Se non lo capiamo, se non ci rendiamo conto di quanto bella e con tutti gli anticorpi al posto giusto sia la nostra città, allora facciamo il gioco di chi non la ama. Soprattutto, diamo ragione all’immagine caricaturale del genovese e del ligure mugugnone a prescindere, senza altra forza che quella del lamento, disposto - come i marinai di una volta sulle galere - a prendere uno stipendio più basso in cambio del diritto di mugugno.
Credo che quello che sta succedendo di questi tempi a Palazzo Ducale sia una delle migliori prove della forza culturale di Genova. Sabato pomeriggio, ad esempio, era possibile passare dall’ormai consueta coda di qualche decina di metri per entrare alla mostra di De Andrè, all’ottimo afflusso ad un’altra esposizione difficile come quella di Lucio Fontana (anche se confesso che ho scambiato l’installazione di un neon griffato Fontana con l’indicazione di un’uscita di sicurezza), al pienone di bambini per il laboratorio dedicato alla costruzione di pensieri e parole in collage sulle note di Faber e delle Nuvole. Oppure, lunedì, lo straordinario afflusso al bell’incontro che abbiamo avuto con Alberto Rosselli - il Saviano genovese, notizia data solo dal Giornale - che Luca Borzani ha avuto l’intelligenza e la prontezza di organizzare. Le duecento persone a parlare di olocausto armeno sono già una vittoria.
Nessuna decadenza. Almeno per chi non si rassegna a non decadere.