Il palazzo di giustizia? A luci rosse

da Milano

Sarà che i tempi della giustizia sono quelli che sono, e il tempo - quando c’è da aspettare - bisogna pur impiegarlo in qualche maniera. Sarà il gusto del proibito, del divieto da infrangere nel santuario di leggi e codici. O forse è il luogo, quel labirinto di corridoi, angoli ciechi e anfratti, che moltiplica le occasioni per l’anarchia ormonale. Quale che sia la causa, finisce che in tribunale a Milano - austero palazzo di marmi, burocrazia e sentenze - ci scappino spesso scene da quartiere proibito, lanterne rosse e sexy shop. L’ultima, quella di due avvocatesse «hard». A distanza di una manciata di giorni l’una dall’altra, «fotografate» dagli scanner della vigilanza con un inconsueto corredo forense chiuso in borsa: fascicoli, ricorsi, agende. E due vibratori.
Qualcosa di personale, stavolta, ma a Palazzo ne raccontano di ogni. C’è chi tra quegli uffici ha trovato moglie e marito, chi s’è fatto l’amante, chi - nelle lunghe giornate - trova il tempo per una scappatella in qualche recesso nascosto dell’edificio (e l’edificio ne è pieno). Magistrati che finiscono per sposare magistrati distanti due uffici, cancellieri con cancellieri, polizia giudiziaria con polizia giudiziaria, avvocati, personale amministrativo e umanità varia. Tutti rinchiusi nello stesso groviglio di scale bagni ascensori e stanzini, tutto il giorno e tutti i giorni. Sempre le stesse facce che tornano, sempre quelle. E il Palazzo che fornisce l’occasione. Il resto è un libero scambio di estasi e pecoreccio.
Ed è così che poteva esistere una «stanza del sesso», bugigattolo spoglio con vista su Milano ricavato in fondo a una scala al settimo piano del tribunale, lontano da occhi e orecchie indiscrete, dove gli amanti andavano a consumare prima che un giudice ne scoprisse gli intrighi - scatenando le ire del presidente dei gip - e una mano abbondante di vernice cancellasse dalle pareti le memorie scritte dagli habitué dell’alcova. Da allora, niente più stanza e niente più sesso. Almeno, in fondo alla scala del settimo piano.
Tra realtà e leggende metropolitane, quella delle due avvocatesse a luci rosse è solo l’ultima della vicende poco ortodosse per il palazzo di giustizia. Niente di grave, e tutto molto umano. Lì, davanti allo scanner, hanno sorriso i vigilantes e sono arrossite le due donne. Imbarazzata visione a raggi x, la sagoma inequivocabile che consegna alla guardia giurata un memorabile imprevisto. Altro che cellulari, chiavi, portaocchiali, penne stilografiche come ne passano a centinaia ogni giorno sotto le macchine della sicurezza. E sfortunate le due, che se non si fossero scordate la tessera di avvocato non sarebbero state costrette a passare sotto le forche di röntgen, con la privacy che va a farsi benedire. Proprio quel giorno. Sempre che quella non fosse la prima volta.