Palazzo di giustizia, polemica contro il trasloco: «Da qui non ce ne andiamo»

Assemblea in tribunale per contestare il progetto della nuova Cittadella della Giustizia a Porto di Mare: un regalo alla speculazione

Giudici, pubblici ministeri, avvocati, storici dell'arte, ambientalisti: si allarga il fronte che si oppone al progetto di trasloco della giustizia milanese. L'idea di realizzare nella zona di Porto di Mare - periferia sudest, al largo del Corvetto - una «Cittadella» che radunasse tutti gli uffici giudiziari della città e un nuovo carcere, destinato a sostituire il fatiscente e sovraffollato San Vittore, sembrava essere partita sotto i migliori auspici. Favorevoli erano l'ordine degli avvocati, i presidenti del tribunale e della Corte d'appello, il Comune e la Regione. Ma poi, strada facendo, il progetto ha iniziato a perdere consensi. E con l'adunata di oggi pomeriggio, nell'aula magna del Palazzaccio di corso di Porta Vittoria, è ufficialmente partita la campagna per affossarlo definitivamente.
Leader della rivolta, un magistrato: Angelo Mambriani, giudice del tribunale penale. É stato lui a coagulare il gruppo dei contrari e a portarli ad uscire allo scoperto. Una offensiva agevolata anche dai dubbi ormai espliciti sulla fattibilità dell'operazione avanzati dall'assessore municipale all'Urbanistica, Carlo Masseroli. L'assessore, inizialmente tra i principali sponsor del progetto, in una intervista al Giornale, il mese scorso, aveva suggerito - di fronte alle difficoltà incontrate strada facendo - di sganciare il destino del carcere da quello del tribunale, iniziando a realizzare a Porto di Mare il nuovo San Vittore e rinviando a data da destinarsi il trasloco degli uffici giudiziari. «A questo punto - gli aveva ribattuto il presidente del tribunale, Livia Pomodoro - il progetto di Cittadella non ha più senso».
Parole che hanno galvanizzato gli oppositori, che vedono la vittoria a portata di mano. Le ragioni del «fronte del no» sono state riassunte da Mambriani nel corso del suo intervento, che ha accusato il progetto di mancare innanzitutto «di chiarezza e trasparenza». Inconsistente sarebbe poi la necessità di accorpare in un unica sede anche uffici - come il Tar, il tribunale dei minori e la Corte dei Conti - che con la giustizia ordinaria hanno rapporti men che sporadici. Risolvibile altrimenti sarebbe la carenza di spazio che affligge il palazzo di corso di Porta Vittoria: «nell'era dei computer, gli spazi degli archivi si trovano informatizzandoli e non costruendo nuovi spazi per inghiottire carta». Sbagliata l'idea stessa di accorpare in un unico blocco tribunale e carcere, «perchè la giustizia non è una fabbrica di detenuti». Sospetta di motivazioni poco nobili sarebbe la scelta di collocare la Cittadella a ridosso dell'area di Santa Giulia, oggetto di una gigantesca operazione immobiliare rivelatasi finora fallimentare. Sconcertante l'idea di destinare il palazzo di corso di Porta Vittoria «ad alberghi di lusso, fitness e piscine». «Ma quel che più stupisce - ha concluso il giudice - è che nessuno abbia considerato il significato culturale che assumerebbe il trasloco: un simbolo della marginalizzazione della giustizia, la giustizia che va dove lo esige la speculazione finanziaria»