Palazzo Madama in cambio d’appoggio

Il centrosinistra sarebbe disposto a cedere la guida del Senato a Pisanu o a Baccini per recuperare voti. E fare poi le 600 nomine in scadenza

Roma - «Le elezioni ad aprile? Sono inevitabili». A metà pomeriggio, il segretario del Prc Giordano non nascondeva di considerare la partita quasi chiusa. Ai suoi spiega che tentando a tutti i costi di mandare in pista un governo «appeso al pallottoliere e ai trasformismi» si proietterebbe sul Prc «un’immagine pessima, di gente attaccata alle poltrone per paura del voto». E d’altronde, «anche il Pd la pensa allo stesso modo». Già, ma quale Pd? Giordano ha parlato con Veltroni, e sa che anche il leader del Pd dubita che l’operazione sia positiva: «Un governo con un paio di voti di maggioranza non è il governo che fa le riforme». Più o meno dello stesso tenore è stata la telefonata con Enrico Letta. Ma non tutti nel Pd la pensano così.

Soprattutto, non la pensa così Massimo D’Alema, che per tagliare la strada alle obiezioni che sa montare dentro Rifondazione e nel Pd si presenta in diretta al Tg1 del prime time. E brucia sul tempo tutti, a cominciare dal Quirinale in «pausa di riflessione», lanciando il governo Marini. Di cui loda «equilibrio» e «impegno» per «il dialogo», mentre accusa di «protervia» Berlusconi che «nega al Paese il diritto di cambiare la legge elettorale» e attacca Fini che chiede il voto. Risparmiando però Casini, che ieri dava anche lui per inevitabili le elezioni e condannava i «trasformismi».

Macché trasformismi: D’Alema conta sulle «persone di buona volontà», sottinteso senatori, pronte a votare un governo che affronti «i grandi problemi del Paese». Un governo «di qualche settimana», dice il ministro. Ma poi fa un elenco tale dei problemi che non basterebbe una legislatura: «legge elettorale», e poi «riforme», e ancora la «grave crisi economica», per non parlare della «crisi nel Kosovo» (sempre di buon auspicio, visto che nel ’99 lo portò a Palazzo Chigi) e infine «il taglio dei costi della politica».

Il blitz dalemiano al Tg1 è la parte pubblica di un intenso lavorio dietro le quinte per fermare sia Veltroni sia Berlusconi. Il ministro ha discusso a lungo con Marini, che è tentato (da giorni consulta i precedenti di governi «del presidente») ma ieri sera era molto incerto. Nel frattempo, si sondava anche il nome di Amato, che la dalemiana Velina Rossa dava ieri per pronto a un «incarico pieno». Al Pdci di Diliberto, che fino alla sera prima aveva escluso di votare un governo senza Prodi, è stato spiegato che erano recuperati i voti di Fisichella, Dini e Scalera («Ci sono 600 nomine e alcuni prestigiosi ministeri tecnici da distribuire», insinuano dal Pdci). E Diliberto è rientrato. A Rifondazione è stato ricordato che «ci sono 12 miliardi da distribuire con la prossima Finanziaria, perché regalarli al governo Berlusconi?». Il verde Cento sottolineava: «C’è anche la presidenza del Senato da offrire a Pisanu o a Baccini». Un voto in meno per la Cdl. Visto il rifiuto dei papabili, si ipotizzava di darla ad Andreotti, o di votare «comunque» un senatore Cdl anche contro la sua volontà. Il dalemiano Latorre spiegava ieri mattina che il governo Marini servirebbe solo ad andare al voto «senza Prodi». Ma è chiaro, dicono nel Prc, che «il disegno vero è scavallare l’estate e arrivare al 2009».
Ed è un disegno che non piace a Veltroni, che ha già aperto la sua campagna elettorale e al quale è chiaro che una dilazione «tecnica» fino al 2009 metterebbe in sofferenza la sua leadership. Col rischio di dare il tempo (e magari la legge elettorale) per far decollare operazioni centriste che farebbero implodere il Pd. E con l’effetto immediato di sottrargli il temutissimo potere di fare le liste elettorali, «facendo nascere nelle urne il suo Pd», come teorizzano i suoi. Che ieri sera tagliavano corto: «Non esiste: il capo dello Stato, che ha contestato a Prodi di aver voluto andare allo sbaraglio al Senato senza i voti, non può avallare lo stesso schema per Marini. Non è mica Scalfaro. E Marini non ci starebbe», assicura un consigliere del sindaco. Spiegando che su questo c’è un asse Veltroni-Bertinotti. E il democrat Pistelli, che sta preparando per Veltroni una spedizione in Usa coronata da incontro e reciproco endorsement (e spot elettorale) con Obama, scrolla il capo: «Un governicchio appeso al voto di Pallaro e Baccini? Meglio votare subito, anche con Prodi».