A Palazzo Madama scene di fine legislatura

La lettura stentata di Padoa-Schioppa, lo show di Mastella e la battuta di Catone

Roma - Tre fotogrammi per raccontare un’ennesima giornata di ballo nel Transatlantico del Senato, l’ennesima partitura per orchestra che suona sul ponte del Titanic. La prima istantanea che ti viene di campionare contiene due figure: un volto e una cartellina. Il volto è quello cereo del ministro Tommaso Padoa-Schioppa. La cartellina è il dossier con copertina rossa da cui «Tps» legge con prosa eurocratica. Mentre il ministro parla intorno succede di tutto. E lui non se ne accorge. Nel voto l’Aula gli boccia due punti su tre, c’è perfino chi abbandona l’emiciclo. Ma quel che ti colpisce è un’altra cosa: mentre Padoa-Schioppa legge indefesso, mangiandosi qualche parolina, sudando sugli accenti e gli a capo come se parlasse in una lingua che non è sua, la cosa più espressiva, tra il volto e la sua cartellina rossa, è di gran lunga la cartellina.

Mentre guardi la scena ti vengono in mente altri statisti: interminabili maratone oratorie a Montecitorio, ai tempi della prima Repubblica. Giulio Andreotti impietrito con la penna in mano per sentire e annotare anche il più irrilevante intervento di un deputato demoproletario ostruzionista. E capitava che appena l’onorevole Guido Pollice finiva il suo discorso, dai banchi del governo si staccasse un commesso per portare un bigliettino con un commento del presidente del Consiglio all’interessato. Andreotti si schermiva: «Eh-em, guardi che io ascolto sempre tutti, perché può sempre saltare fuori un dettaglio amèno per i miei libri...». Sarà, ma intanto ascoltava. Così, se guardi Padoa-Schioppa sigillato nella sua apnea, pensi sempre che abbia qualcosa di irrimediabilmente comico. Come il pianista che suona nel salone del Far west mentre si spara; come uno che anche sul divano di casa si immagina in un’aula di Bruxelles. Andreotti era alla caccia del dettaglio amèno. Padoa Schioppa è il dettaglio amèno.

La seconda immagine irrompe in scena incarnandosi nelle considerevoli forme di Clemente Mastella. Puoi dire qualunque cosa del leader dell’Udeur, ma non che non sappia impadronirsi della ribalta. E così lui, che dispone solo di tre senatori (compreso se stesso), riesce splendidamente a drammatizzare l’abbandono dell’Aula da parte dell’esigua pattuglia del Campanile, mettendo in campo il suo corpo. Prima è al fianco del ministro euro-afasico, poi cambia scenario, sale verso l’emiciclo, prende per la collottola Stefano Cusumano: «Andiamo, andiamo via...». Scena divina.

Mastella alterna: un’occhiata a Cusumano, una alla tribuna stampa. Poi impartisce disposizioni a Tommaso Barbato (il terzo) perché resti a vigilare. Un minuto dopo, diluvio di agenzie: «Mastella e i suoi senatori lasciano l’Aula». Poi una mega esternazione mastelliana: «Così non si va avanti, voto in primavera». Poi una nota dell’Udeur e infine Mastella che dice: «Non aggiungo nulla alla nota dell’Udeur».

Cult. Mastella riesce a essere contemporaneamente il dettaglio amèno, e il commento al dettaglio amèno. Da Oscar. Ieri a Montecitorio c’era chi almanaccava che manca poco al vitalizio (2,5 anni), aria di fine corsa. Su un divanetto del Transatlantico l’onorevole Giampiero Catone (Dce) discettava di grillismo così: «Come dico sempre, il fatto che qui sia arrivato uno come me, la dice tutta sulla crisi della politica». Sembra una battuta amèna. Il bello è che non lo è.