A Palazzo Madama si gira «Il codice De Gasperi»

Il duello tra il senatore a vita e l’ex sindacalista, due dc agli antipodi, si annuncia avvincente come un film giallo

Luca Telese

da Roma

(Soggetto per un film con finale a sorpresa). Quando finalmente ti accorgi che gli strumenti della cronaca non bastano a rendere la grandiosità del duello, l’intrigo, le storie incrociate, capisci che il duello fra Franco Marini e Giulio Andreotti ha già smesso di essere un retroscena parlamentare per diventare indefinibile e sublime, una pièce a metà strada fra il romanzo epico, il giallo e il lungometraggio. Così non si può raccontare la battaglia gladiatoria di sabato, il derby della quintessenza democristiana senza partire da due flashback fragorosi. Il primo: esterno giorno siciliano, carrello di una cinepresa che insegue una blindata sull’asfalto. Invece del rombo del motore senti una registrazione d’epoca biancofiore/simbolo d’amore, immagini sgranate. Sicilia occidentale, 23 maggio 1992: solo una fiammata senz’audio, la macchina salta per aria; poi una carrellata di lacrime e cortei spontanei, lenzuoli alle finestre, funerali di Stato, paese sotto choc. Poi il montaggio ci porta a Roma, interno Camera, Aula di Montecitorio. Il dolly della cinepresa si abbassa sull’emiciclo, volteggia su deputati e senatori in seduta comune, conclude il suo tragitto sul tabellone: Oscar Luigi Scalfaro è eletto sul Colle sull’onda d’urto del tritolo della mafia (è la volta che Giulio non ce l’ha fatta).
Solo poche ore prima, fra la caduta clamorosa del candidato designato - Arnaldo Forlani - e il colpo di scena finale, si è consumata una grande possibilità. L’inquadratura si stringe sul primo piano di Giulio Andreotti che dice: «Se non vengo eletto è la fine della Prima Repubblica».(Non serve una voce fuori campo perché lo spettatore si renda conto che sono accadute entrambe le cose).
Il secondo flashback, si consuma ancora una volta a Roma, in un dei luoghi sacrali della politica, un palazzo rosso di via Botteghe Oscure che Gianpaolo Pansa definì «il Bottegone». Quando nell’ufficio del segretario, un attore che somiglia moltissimo a Walter Veltroni (è lui) attacca il telefono e annuncia ai suoi collaboratori che Carlo Azeglio Ciampi ci sta, in sala tutti capiscono che per il leader del Ppi, il presidente designato, non c’è nulla da fare (è la volta in cui Franco non ce l’ha fatta). Emozione in sala, si parte: titoli di testa, inizia il film a cui stiamo assistendo in queste ore.
Più emozionante di Dan Brown, il thriller esoterico democristiano entra nel vivo del suo plot con il piano sequenza di una passeggiata. Quella con cui il candidato più anziano (classe 1919) si reca a messa, come tutti i giorni negli ultimi sessant’anni, nella chiesa di San Lorenzo in Lucina. In montaggio alternato vediamo il suo rivale, il sindacalista dai capelli bianchi, che si divide fra due telefoni, il terzo ce l’ha in mano il suo braccio destro, Salvatore Ladu, il sardo, che dice: «Ahiò, che ora Franco ti parla».
Il regista vuole farvi capire che dentro «il codice» che ha governato le due Repubbliche ci sono due estremi opposti, uniti da un unico filo di identità: Andreotti è la democristianità sorniona, papalina e ineffabile, coltivata fra le mappe della biblioteca vaticana e il set del Tassinaro con oculata misura. Marini è lo scudocrociato nazionalpopolare, disfide alcoliche nella sua Barisciano, pacche sulle spalle dei sindacalisti, giochi di sponda con il leader post-comunista, decine di congressi vinti con battaglie all’ultima tessera. Democristiano raffinato aristocratico e popolarissimo il primo; professionista della politica e della simpatia con vocazione alla battaglia di corridoio, il secondo. Nell’ultima scena la trovata del regista è una sequenza alla David Mamet: forte, teatrale e drammatica. Le ultime dieci telefonate dei due. Dieci telefonate a dieci incerti, tutti ex democristiani, e (ovviamente) le stesse persone. A Lamberto Dini Andreotti dice, come se scherzasse: «Vedi la politica? Una vita insieme, e non sono certo se tu mi voterai» (e ovviamente lo convince). Mentre a Clemente Mastella Marini fa: «La cosa più banale e stupida sarebbe se io ti proponessi una poltrona» (e ovviamente non lo convince). Di Helga Thaler Ausserhofer il regista ci fa vedere un lungo momento di commozione mentre attacca il telefono: «Oh Giulio... Giulio!» (e ovviamente poi non lo vota). Del senatore Luigi Pallaro, l’uomo delle due Americhe, un interminabile conciliabolo con cui strappa a Marini un fondo speciale per gli italiani d’Argentina (e poi non lo vota). Il finale cambia a seconda del regista. Se fossimo ancora una Prima Repubblica con cineasti neorealisti vince Marini, in bianco e nero. Fosse un film di Pasolini vince Andreotti, e si chiude con lui che entra nel Palazzo. Fosse una sceneggiatura di Sciascia il gobbo morirebbe avvelenato. Ma siccome siamo la Terza Repubblica, si finisce a Porta a porta con Vespa che si frega le mani: il titolo della puntata è Il codice De Gasperi.