Il Palazzo rinvia i tagli e salva i vitalizi d’oro di deputati e senatori

Teodoro Buontempo, ufficio di presidenza della Camera. Camera e Senato non discutono le nuove norme per ridurre gli assegni agli ex parlamentari: "Troppi impegni" Ogni anno costano 210 milioni di euro

Roma - La riunione è saltata ufficialmente per motivi tecnici. Ma al di là del protocollo, stanno emergendo attriti e dispetti tra Camera e Senato sui tagli ai costi della politica e, in particolare, ai vitalizi dei parlamentari. Ieri non si sono riuniti gli attesi uffici di presidenza di Montecitorio e di Palazzo Madama in cui si sarebbe dovuto affrontare il piano anti-sprechi. «Resta aperta la discussione intorno a un punto di rilievo marginale», informava un comunicato stampa. E l’accordo non si sarebbe trovato per i «rilevantissimi impegni d’aula del Senato». Un punto di rilievo marginale non per i cittadini, dal momento che l’aspetto controverso del pacchetto di risparmi è proprio quello delle pensioni agli ex parlamentari. I contribuenti pagano cifre quasi simili per sostenere i «pensionati» rispetto agli stipendi di deputati e senatori eletti: alla Camera si spendono 169 milioni all’anno per i deputati e 132 milioni per le pensioni dei 1977 ex. Il costo sulla collettività per i vitalizi è aumentato del 27% negli ultimi sei anni. In Senato la spesa per gli 861 «pensionati» (78 milioni) è addirittura superiore a quella per i senatori «in servizio» (76 milioni).

La riforma dei vitalizi allo studio di Camera e Senato penalizza i parlamentari al primo mandato, che finora potevano accedere alla pensione dopo appena due anni e mezzo. Se la legislatura dura meno di cinque anni non potranno più riscattare il tempo mancante alla fine di un quinquennio naturale e perderanno dunque il vitalizio. Anche con una legislatura di cinque anni, i «novizi» percepiranno comunque meno (il 20% dell’indennità e non più il 25%).

Ma per i parlamentari che superano due lustri da eletti ci sarà un piccolo premio: con dieci anni si avrà una pensione pari al 40% dell’indennità (ora è 38%), mentre con tre legislature, del 60% (ora è al 53%). Sarà comunque questo il tetto massimo dei vitalizi (ora si arriva fino all’80% con sei legislature). Su questo punto sembrano essere d’accordo sia alla Camera che al Senato, ma la discussione verte piuttosto sulla tempistica: rendere questa riforma immediata, cioè in vigore fin da questa legislatura (che rischia di non durare cinque anni) o dalla prossima? C’è chi azzarda, come Teodoro Buontempo (An), componente dell’ufficio di presidenza di Montecitorio, che la proposta di rendere subito esecutiva la riforma dei vitalizi sia un «favore, più o meno inconscio, a questo governo e questa maggioranza», perché i deputati neoeletti non avranno alcun interesse a far cadere la legislatura dal momento che, senza «riscatto», perderebbero automaticamente la pensione.

Ieri il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha invitato a «non lasciar cadere la proposta del vicepresidente Castagnetti di far valere già da questa legislatura» le nuove norme. In realtà il leader del Prc non avrebbe gradito le pressioni dal Senato sull’entrata in vigore immediata della riforma.

Non bisogna «cadere nell’antipolitica», ha comunque sottolineato Bertinotti in conferenza stampa, ma occorre intervenire su «questioni difficilmente comprensibili all’opinione pubblica». Ha poi rivendicato la «linea di sobrietà della Camera» e ha annunciato che la decisione verrà presa «prima della pausa estiva».

Per ora prosegue l’indagine conoscitiva della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio sui costi della politica: ieri il questore Gabriele Albonetti (Ulivo) ha chiarito che un parlamentare italiano riceve «circa 14.500 euro netti al mese», ma gliene rimangono in tasca 5-6mila, una retribuzione da «dirigente di classe bassa»: «Io - ha poi spiegato il questore - guadagno seimila euro netti al mese, perché ne verso la metà al mio partito; meno del mio medico di base, ma la gente dice che faccio un lavoro inutile». Ai giornalisti, ha confidato di voler trasformare la Camera «in un’azienda», con un collegio di revisori esterni.

Al di là dei dati sui guadagni, Albonetti ha anticipato che la riforma dei vitalizi porterà un risparmio di 30-40 milioni di euro. Si conta poi di tagliare altri 2,6 milioni di euro accorpando alcuni uffici dislocati della Camera in un unico immobile e si farà economia anche sulla carta: rassegna stampa e convocazioni viaggeranno solo via mail, con un risparmio di altri 350mila euro.