Dal palco ultimatum al governo: "Dietrofont o sarà rivolta fiscale"

Il leader Guerrini: "I nuovi accertamenti sono una riedizione della minimum tax. E gli indici di congruità una norma di stampo comunista"

Roma - «Aspetteremo solo pochi giorni per essere convocati dal ministero dell’Economia e verificare le procedure tecniche per tornare alla situazione di partenza sugli studi di settore». Il ministro dello Sviluppo economico, Pier Luigi Bersani, ha da poco terminato il suo intervento e il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini più che replicare ha lanciato un ultimatum. «Se ciò non avvenisse - ha aggiunto - suggeriremo ai nostri associati di non aderire alla prima scadenza di pagamento delle tasse, fissata per il 9 luglio, ma di utilizzare la scadenza di agosto anche se aggravata di uno 0,4 per cento». Non è uno sciopero fiscale, ma è una protesta che dà un chiaro segnale dell’esasperazione degli artigiani e dei piccoli imprenditori.

D’altronde, tutta la relazione di Guerrini all’assemblea può essere interpretata come la denuncia degli intenti persecutori del governo. «Caro ministro Bersani - ha detto - è difficile mantenere la fiducia quando una piccola impresa manifatturiera si sente spinta ai margini del mercato dall’aggravio dei costi che proviene da una revisione degli studi di settore decisa unilateralmente del governo e da una mole di nuovi e costosi adempimenti di carattere tributario». Gli indicatori di normalità economica 2007, secondo Guerrini, «rischiano di innescare accertamenti e “presunzioni di colpevolezza” che somigliano troppo alla riedizione di quella minimum tax che credevamo sepolta per sempre».

L’accusa è circostanziata: l’esecutivo usa gli studi di settore come uno «strumento di prelievo facile» mentre non riesce a colpire i veri evasori. Ma il presidente di Confartigianato non è stato tenero neanche nei confronti dei nuovi indici di congruità, che dovrebbero essere varati entro fine mese e stabilire per decreto il numero di lavoratori necessario per produrre determinati beni e servizi. «Una norma statalista di stampo sovietico che produrrà danni e nuovi oneri burocratici per le imprese», ha sottolineato. Un accanimento inutile quando già le aziende sono costrette a «sprecare» ogni anno 15 miliardi di euro in burocrazia. Insomma, un drenaggio fiscale esagerato a fronte di impegni non mantenuti (soprattutto sul versante delle liberalizzazioni) da parte di una dirigenza politica che mostra «un’esasperata attenzione alle nomenklature e agli assetti di potere».

E che non si rende conto che «il Pil andrebbe letto come “prodotto interno lento”» visto che cresce a un ritmo inferiore alla media Ue. «Liberare l’impresa e metterla al centro dello sviluppo» senza discriminazioni dimensionali: questo il messaggio di Guerrini. Il fatto che un’associazione moderata come Confartigianato abbia alzato i toni non è sfuggito ai protagonisti della politica. «Si conferma la violenta separazione che oppone il Paese reale al governo Prodi», ha commentato il responsabile Lavoro di Forza Italia, Maurizio Sacconi impegnato a bloccare la retroattività al 2006 dei nuovi studi di settore. Per Gianni Alemanno (An) l’invettiva di Guerrini è il segnale «di un’arroganza di chi non rispetta il mondo associativo».

Icastico Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc: «Credo che il governo Prodi sia diventato un fardello anche per i suoi sostenitori». Una parte del centrosinistra ha meditato sull’ennesima reprimenda proveniente dal mondo imprenditoriale. «La relazione interpreta un senso di disagio della piccola impresa che il governo deve ascoltare», ha rilevato il ministro degli Affari regionali, Linda Lanzillotta. «Critiche giuste e motivate» per il radicale Daniele Capezzone, uno dei pochi esponenti della maggioranza in grado di riscuotere ancora consensi nel mondo imprenditoriale.