Un palcoscenico per Mussolini

Il Duce amava presentarsi come uomo di cultura. Per questo scrisse opere teatrali in collaborazione con Giovacchino Forzano

Quella sera di dicembre del 1930 (del 20 dicembre 1930) tutti sapevano che al Teatro Argentina di Roma si sarebbe svolto un evento eccezionale. Nel palco d'onore sedeva Mussolini con tutta la famiglia (la moglie Rachele, i figli Bruno e Vittorio) e intorno si notavano il governatore di Roma, numerosi esponenti politici e il fior fiore del mondo artistico e letterario. Si dava la prima del nuovo dramma di Giovacchino Forzano «Campo di maggio». Quello che non c'era scritto sui cartelloni all'ingresso, ma tutti sapevano, era che l'opera aveva un coautore autorevole: Mussolini.
Da tempo il duce pensava di scrivere un'opera teatrale; lo spunto decisivo gli era giunto dalla lettura del «Napoleone» di Emil Ludwig. Per motivi di tempo e di opportunità politica, egli non volle però scriverla personalmente e ne affidò la stesura a un professionista. La scelta non fu facile. Mussolini non intendeva certo collaborare con un autore drammatico di secondo piano, ma non era facile identificare fra i nomi più in vista lo scrittore che avrebbe accettato un simile incarico. Infine Mussolini si decise per Giovacchino Forzano. Questi, che era nato a Borgo San Lorenzo nel 1884, aveva iniziato la sua carriera come giornalista e si era poi dedicato al lavoro teatrale, scrivendo drammi di successo e libretti d'opera (anche per Puccini). A favore di Forzano giocarono la sua abilità nello scrivere drammi storici, inscenandoli in maniera spettacolare, e la sua vicinanza al fascismo. Era stato anche l'ideatore dei Carri di Tespi, teatri mobili utilizzati per compiere tournées estive nei villaggi privi di strutture sceniche, che si erano rivelati uno dei principali successi del regime in campo culturale.
Grazie a vari incontri e a una fitta corrispondenza, Forzano scrisse «Campo di maggio» seguendo con assoluta fedeltà le indicazioni di Mussolini. L'opera racconta i cento giorni di Napoleone, rievocando la battaglia di Waterloo e i successivi tentativi dell'imperatore di ottenere nuovi aiuti dal parlamento; e si chiude alla Malmaison, dove Napoleone, circondato dalla famiglia e pochi amici, vede cadere le sue ultime speranze di riscatto e il sogno di una nuova vita in America. Il tono del dramma è cupo e pessimista, per sottolineare il dolore del protagonista, rimasto solo dopo la sconfitta e alla mercé dell'intrigante ministro di polizia Fouché.
La rappresentazione fu un grande successo, con non meno di 25 chiamate. Furono molto applauditi tutti gli attori: il potente e fosco Memo Benassi nella parte di Napoleone, Enzo Biliotti nei panni dell'antagonista Fouché, Italia Vitaliani nel ruolo della madre Letizia Bonaparte - e varie decine di comparse. Anche il ricco allestimento fece la sua parte, essendo curato in ogni minimo dettaglio, dalle scenografie ai costumi e ai gioielli. E non solo il pubblico fu entusiasta. Tutti i giornali fecero ampie cronache positive il giorno seguente, senza mai citare però il nome del duce come autore.
La compagnia "Za Bum" fece però poche repliche a Roma, per preparasi a un altro importante evento: la prima a Milano, nel prestigioso teatro Manzoni (non l'attuale edificio nella via omonima, ma quello che sorgeva in piazza San Fedele ed era considerato forse il più prestigioso teatro di prosa in Italia). Qui alla fine di dicembre uno sceltissimo pubblico milanese poté assistere all'evento teatrale dell'anno, decretando un pari trionfo a «Campo di maggio».
Dopo altre serate di successo, la compagnia partì per una tournée europea; ed è curioso notare come Mussolini permise che all'estero il suo nome comparisse ufficialmente accanto a quello di Forzano. Soprattutto nella versione francese «Les cent jours», il dramma suscitò così un notevole interesse, anche per la curiosità, e provocò qualche incidente.
L'ottimo esito del lavoro incoraggiò Mussolini a proseguire nella collaborazione con Forzano e già nel 1931 fu pronto «Villafranca», il cui protagonista, questa volta, era Cavour (si sussurrava che l'intento dell'opera fosse dimostrare che il primo ministro contasse più del re). Alcuni anni dopo, nel 1939, la coppia Mussolini-Forzano presentò «Cesare», un'opera in cui il riferimento al duce e l'esaltazione della romanità erano palesi. Anche questi drammi ebbero un buon successo di pubblico, in Italia e all'estero, e si pensò a una loro trasposizione cinematografica (effettivamente realizzata per «Campo di maggio» e «Villafranca», con la regia di Forzano e sotto l'attenta supervisione del duce).
Cosa spinse Mussolini a scrivere questi drammi teatrali? Possiamo avanzare due ipotesi. La prima è che egli tenesse molto a presentarsi come uomo di cultura. Sappiamo che ebbe spesso un occhio di riguardo nei confronti di artisti e scrittori e sappiamo anche come ritenesse la cultura un ambito molto importante per la vita nazionale e il consolidamento del suo regime. Non si spiegano altrimenti i numerosi provvedimenti adottati fin dai primi anni della dittatura per sovvenzionare e controllare il mondo culturale, culminati nell'istituzione di un ministero apposito, quello della Cultura popolare, guidato oltretutto da alcune delle personalità più in vista del fascismo, da Bottai a Pavolini. Di conseguenza, egli amava presentarsi come un artista dilettante, una persona colta, raffinata, anche se dedita principalmente ad altri campi. Di qui il desiderio di essere apprezzato come autore di teatro, anche all'estero - mentre in Italia preferì che il suo nome rimanesse nell'ombra, temendo forse commenti irriverenti. Significative in tal senso le istruzioni diramate attraverso le «veline» ai giornali il 6 gennaio 1934:
«Il Corriere della Sera ha annunziato come imminente una rappresentazione di “Giulio Cesare di Mussolini e Forzano”. Va osservato, in primo luogo, che ancora il dramma non è pronto e che poi - e questo vale come regola di massima - il nome di Mussolini non va assolutamente trattato così; non si può unire un nome simile ad un altro come se si trattasse di due qualsiasi commediografi. Quando e se l'opera sarà compiuta bisognerà dire Giulio Cesare di Forzano su trama di Mussolini».
La seconda spiegazione è di ordine psicologico. Non è difficile istituire un paragone tra i protagonisti di questi drammi (Napoleone, Cavour, Cesare) e lo stesso Mussolini. È possibile che Mussolini guardasse a queste figure come modelli di riferimento; va osservato però come i suoi lavori rappresentino questi eroi nel momento drammatico della fine, e non nella fase della loro brillante ascesa politica o all'apice della gloria. Napoleone è colto dopo Waterloo, quando è abbandonato da tutti; Cesare soccombe per il tradimento di Bruto. Forse, più che presagire un funesto destino, Mussolini pensava di affiancarsi simbolicamente ai grandi eroi del passato. E come loro, si sentiva predestinato ad alte imprese, nonostante l'insipienza e la doppiezza di amici e collaboratori: la volontà del campione avrebbe comunque contrastato il destino avverso e scelto la via di una fine tragica ma gloriosa. Almeno a teatro.