DAL PALCOSCENICO ALLO SCHERMO

Da stasera alla Corte la poetica di Miller in «Morte di un commesso viaggiatore»

Dario Vassallo

«È difficile non essere d'accordo con l'idea centrale del sogno americano, ovvero il sacrosanto diritto per ogni singolo individuo di essere felice. Ma quando la felicità diventa un dovere o un'ossessione persecutoria modificando le tribù degli uomini in un branco di cacciatori ciechi, il sogno si spezza, il futuro ricatta il passato e trasforma il presente in un incubo». È racchiuso tutto in queste parole del regista Marco Sciaccaluga il tragico destino di Willy Loman, una delle grandi icone del teatro americano contemporaneo, intorno al quale ruota «Morte di un commesso viaggiatore» che questa sera - proprio con la regia di Sciaccaluga - inaugura alla Corte la stagione 2005-2006 del Teatro di Genova, frutto di una coproduzione tra Stabile e Compagnia Mario Chioccio.
Arthur Miller lo scrisse nel 1949 e il suo esordio a Broadway con la regia di Elia Kazan e l'interpretazione di Lee J. Cobb dischiuse al drammaturgo americano recentemente scomparso la via del riconoscimento internazionale e al testo quella della circuitazione in tutto il mondo, con debutto italiano due anni dopo in una prestigiosa versione firmata da Luchino Visconti con un cast stellare che comprendeva Paolo Stoppa, Rina Morelli, Giorgio De Lullo, Marcello Mastroianni e Franco Interlenghi. Da allora in poi il successo non è mai venuto meno, alimentato anche da numerose versioni cinematografiche, tra cui le più celebri quelle con Fredric March e Dustin Hoffman. Perché «Morte di un commesso viaggiatore», sia pure costruito su uno sfondo psicologico essenzialmente realistico, è aperto nella sua struttura, caratterizzata da flash-back e improvvisi squarci onirici, a valenze simboliche e universali e sono proprio queste che ne hanno garantito nel tempo una costante attualità. E dunque forse non è un caso se per la prima volta Sciaccaluga torna ad un testo già portato sulla scena nel 1986 con la compagnia di Giulio Bosetti: «Lo riaffronto in un'ottica nuova - dice -, calata in uno spazio innovativo, dopo aver eliminato con la scenografa Valeria Manari le didascalie scritte da Miller e soprattutto da Kazan. D'accordo con gli attori abbiamo cercato una lettura nella quale il patetico si inserisca in un discorso quasi grottesco. Certo il personaggio di Loman ha avuto in questi anni vari volti, alcuni dei quali hanno saputo evidenziare qualcosa di nuovo del suo carattere. Ebbene, sono convinto che Pagni sarà un protagonista ancora una volta originale e inaspettato».
Già, perché in un cast che annovera Ugo Maria Morosi, Orietta Notari e un gruppo di giovani cresciuti alla Scuola di recitazione dello Stabile, sarà proprio Eros Pagni il protagonista di uno spettacolo che curiosamente gli evoca ricordi di gioventù datati 1956, quando sostenne una prova all'Accademia di Arte Drammatica per il conseguimento di una borsa di studio di trentamila lire, al tempo una discreta sommetta: «Eravamo trenta concorrenti e la metà portava il dramma di Miller. Io però avevo scelto un altro copione e fu un collega a chiedermi di fargli da interlocutore nella scena finale tra padre e figlio, dove avrei dovuto essere il genitore. Non conoscevo il testo, lo lessi rapidamente nei minuti precedenti e poi sostenni la prova. Ricordo che nel finale mi commossi e la commissione notò il mio turbamento. Beh, non mi fecero neppure recitare quello che avevo scelto, ottenni la borsa di studio per la prova quasi improvvisata nella quale mi ero commosso».