A Palermo è caccia all'esplosivo con cui la mafia voleva uccidere Di Matteo

Secondo un pentito circa 100 chili di tritolo acquistati per uccidere il pm del processo sulla trattativa Stato-mafia sono in città

Il pm Nino Di Matteo

È caccia aperta, a Palermo, a 100 chilogrammi di esplosivo che la mafia ha «importato», nel 2012, per un progetto di attentato al pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, Nino Di Matteo. Il neo pentito della borgata dell'Acquasanta, l'ex capomafia Vito Galatolo, giura di averlo visto e ha raccontato il piano di morte, che sarebbe stato ordinato dal superlatitante Matteo Messina Denaro. A cercare senza successo il tritolo, ieri, oltre cento finanziari, in un maxi-blitz che ha portato alla scoperta di un sistema di grotte e anfratti sotterranei, probabilmente utilizzati per nascondere e spostare latitanti da un punto all'altro in città e all'arresto di un presunto capomafia, Vincenzo Graziano, accusato da Galatolo di aver acquistato l'esplosivo e di averlo custodito. Del tritolo, però, nessuna traccia.

Galatolo parla da novembre. E le sue dichiarazioni sono sottoposte ai riscontri. È stato lui, figlio dell'ex boss stragista Vincenzo Galatolo, a raccontare il piano di morte per il pm Di Matteo. Il neo pentito ha sostenuto che l'attentato sarebbe stato voluto dal «fratellone», e cioè Matteo Messina Denaro. Galatolo dice che il superlatitante trapanese avrebbe ordinato l'attentato tramite due pizzini, insieme a disposizioni per uccidere i collaboratori di giustizia Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza.

C'è tensione a Palermo. «Ci inquieta molto - ammette il procuratore aggiunto Vittorio Teresi -non avere trovato durante le perquisizioni il tritolo». Ma le ricerche continuano. Quanto a Graziano, ora arrestato, era finito in manette già nel giugnoscorso in un'operazione antimafia. Era stato però scarcerato dal tribunale del Riesame per mancanza di indizi.