Palermo, la città dei giardinieri In 2000 per fare il lavoro di 250

La vera giungla sono le competenze: se un albero è alto più o meno di due metri e mezzo a potarlo sono operai di ditte diverse

Sapessero usare le forbici come i giardinieri palermitani, gli amministratori pubblici non sarebbero così al verde. Dal Piemonte alla Sicilia c’è da rimanere di sasso. Cosa accomuna gli antipodi dello Stivale? Secondo l’Istat Torino e Palermo hanno identico patrimonio di natura urbana: più di 2mila ettari ciascuno. Con una differenza. Per curare aiuole e siepi nel capoluogo dell’isola s’è arruolato un manipolo di oltre mille operai. Sotto la Mole ne sono sufficienti 250. A Palermo intanto gli impiegati possono impugnare rastrello e cesoie a tempo indeterminato: una valanga di euro pari a 27 milioni l’anno solo per i salari; come Pinocchio il Comune seppellisce 385mila euro ogni ettaro di terreno. Nella città di Gianduia, invece, a bilancio di milioni ne hanno messi la metà, ovvero 12. La giungla autentica, a Palermo, è fatta dai consorzi titolari dei contratti. A guardar bene, a occuparsi della stessa materia ci sono altre mille persone. Lo spreco raddoppia. Per giustificare il ginepraio di competenze, un regolamento che si arrampica nell’assurdo peggio dell’edera: se un albero è alto meno di 2,5 metri è affare dei lavoratori Gesip, sennò devono vedersela quelli di Ville e giardini; se l’erbaccia spunta dentro un’aiuola deve toglierla un dipendente dell’azienda X, altrimenti se sfiora il marciapiede diventa incombenza del collega della ditta Y. E via delirando. «Tutta colpa del precariato». Così due anni fa, sempre a Palermo, sono stati regolarizzati una settantina di ispettori ambientali con il compito di «contare» i tombini in cambio di 800 euro al mese. A tenerli d’occhio sul posto di lavoro, ecco i controllori dei controllori di tombini.
D’altronde gli organici, nella Sicilia a statuto molto speciale, non temono paragoni: 21.104 dipendenti (negli uffici?) e 2.528 dirigenti dietro la scrivania al prezzo di 15 miliardi di euro l’anno. La «panchina» è lunga: solo nell’ambito sanitario 1.884 contratti di collaborazione esterna a stagione, costati un miliardo e cento milioni. I giocatori vanno allenati, non si può certo risparmiare sui corsi di perfezionamento, aggiornamento e affini: 3.069 in 365 giorni (festività escluse), 300 milioni investiti. La squadra partecipa al campionato italiano degli enti locali e, nonostante gli «sforzi», arranca in fondo alla classifica dell’efficienza. Quanto a generosità, però, dicono non abbia rivali. Il problema è che tra i 2.245 dirigenti che indossano la maglia della mitica Trinacria proprio non si trovi il campione in grado di tirarla fuori dalla zona retrocessione. Per guarire lo spogliatoio della sanità, ad esempio, il patron Brunetta è ricorso al fantamercato di settembre. La stella piovuta dal cielo non è Kakà, ma il Pallone d’Oro veneto Corrado Pertile. Il manager (in prestito, senza diritto di riscatto) ha il compito di «far vedere come si fa» ai suoi parigrado di lusso, ma soprattutto l’obiettivo di colmare un buco da 1,9 miliardi. La speranza è che riesca a evitare l’esonero dell’allenatore, cioè il commissariamento della sanità siciliana. Del resto la mano del Nord in direzione Sud - gli insulti stavolta non c’entrano - è sempre tesa. Prendete il caso delle «vedette del fuoco» pugliesi. Assunti all’inizio dell’estate dalla regione di Nichi Vendola come lavoratori socialmente utili, avrebbero dovuto saper fare ciò per cui sono stati pagati: muoversi a gruppi di quattro, ma soltanto sei ore per 5 giorni alla settimana - come se le fiamme riposassero nel weekend! -, accorgersi dei roghi nelle pinete del Gargano, estrarre la radiolina dal taschino e allertare le squadre di pronto intervento. In realtà non guardavano da nessuna parte: in quattro è perfetto per giocare a scopone. Risultato, i boschi bruciavano come prima, anche perché gli addetti allo spegnimento (con dietro 32 cooperative diverse) non possiedono nessuna preparazione specifica. Mai seguito un addestramento. Aprono gli armadietti e non sanno cosa mettersi, mancano pure le tute ignifughe. Allora Guido Bertolaso, capo dipartimento della Protezione civile, propone un «gemellaggio di fuoco» tra Alpi e Mediterraneo. Tradotto, invia subito 450 uomini dell’Antincendio boschivo piemontese nelle aree pugliesi a rischio. Supereroi? Niente affatto. Semplicemente un unico corpo, ben organizzato e preparato. Il primo consiglio dato ai colleghi del Gargano? «Mettete in tutti i paesi una vasca per la raccolta dell’acqua, così le cisterne non sono costrette a fare centinaia di chilometri in emergenza». Che scemi a non averci pensato prima. Dopo il loro arrivo, l’estate appena trascorsa in Puglia sarà ricordata come quella in cui si sono subìti meno danni da incendi. Piccolo particolare, gli esperti del Piemonte, dalla loro regione, non beccano un euro: sono volontari.
Ricordate l’abbuffata dei netturbini di Napoli? Sono ancora 2.660, uno ogni 375 abitanti. A Milano, 300mila cittadini in più che sporcano, 70 chilometri quadrati in più da ramazzare, e i dipendenti Amsa sono 2.500. Il rapporto per la legge statistica è 1:520 milanesi. Quello reale, visti i 1.100 dipendenti del bacino Napoli 5 che non passava un minuto della giornata «lavorativa» a pulire le strade, dice 25 spazzini partenopei ogni collega meneghino. Inutile far notare che davanti al Duomo non s’è mai vista la monnezza. Settanta milioni in stipendi buttati, e non nei cassonetti. Ultima sorpresa a libro paga. Di nuovo in Puglia: 32 tecnici informatici nel settore della Giustizia, tanti quanti ce ne sono nei tribunali del Nord intero. In Veneto e Friuli svolgono la stessa mansione in nove. Che «fanno i salti mortali» e ora invocano rinforzi. Per una volta, mandateci loro da noi.
(ha collaborato
Nadia Muratore)