Palermo, il processo ai "colletti bianchi"

Il processo alle cosiddette "talpe della
Dda" ha giudicato 15 imputati: 13 persone fisiche e 2 "persone giuridiche", le società
Atm e Villa Santa Teresa

Palermo - È stato il processo alla cosiddetta "nuova mafia", quella che non uccide ma che cerca di infiltrarsi tra i colletti bianchi, tra i vertici delle istituzioni e perfino tra gli investigatori che dovrebbero combatterla. È questo lo scenario che è emerso dal processo alle cosiddette "talpe della Dda" che ha giudicato 15 imputati (13 persone fisiche e 2 "persone giuridiche": le società Atm e Villa Santa Teresa), tra cui il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro. Uno scenario "desolante" come lo hanno definito nella requisitoria i pm Michele Prestipino e Maurizio De Lucia, che ha fatto emergere anche da parte di pubblici ufficiali "il tradimento sistematico di quel giuramento che ogni servitore dello Stato ha formulato all’inizio della propria attività".

Il "prestanome" e il mago dell'hi-tech Tra gli imputati del processo, oltre a Cuffaro, l’imprenditore della sanità Michele Aiello, definito un "prestanome" di Bernardo Provenzano e l’ex maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, l’esperto di tecnologia che la notte piazzava microspie e telecamere per catturare la "primula rossa di Corleone" e di giorno le rivelava ad Aiello.

Gli altri dieci imputati Gli altri dieci imputati sono il radiologo Aldo Carcione, il vigile urbano Antonella Buttitta, l’ex consigliere comunale di Bagheria dell’Udc Roberto Rotondo, il vice questore di polizia Giacomo Venezia, i medici Domenico Oliveri e Michele Giambrone, i funzionari della Asl Lorenzo Iannì, Salvatore Prestigiacomo, Adriana La Barbera e il marito di quest’ultima Angelo Calaciura.

Reati contestati I reati contestati vanno dalla violazione del segreto istruttorio, all’associazione mafiosa, al concorso in associazione mafiosa, alla corruzione, al favoreggiamento, abuso d’ufficio, truffa e falso ideologico. Un ruolo centrale nel processo è stato quello di Michele Aiello, accusato di aver partecipato all’illecita spartizione degli appalti pubblici e di aver raccolto informazioni da pubblici ufficiali "finalizzate alla tutela di Cosa nostra". In particolare, secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe acquisito notizie riservate, alcune relative alla cattura di Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, che avrebbe poi riferito ad alcuni mafiosi.

Il maresciallo della Dia Nell’inchiesta sulle "talpe" sono coinvolti anche il maresciallo della Dia, Giuseppe Ciuro, condannato in un altro processo in abbreviato per favoreggiamento personale a 4 anni e 8 mesi; l’ex maresciallo Antonino Borzacchelli, sotto processo per concussione, per il quale i pm hanno chiesto 13 anni di reclusione; e l’ex assessore comunale Mimmo Miceli condannato a 8 anni per concorso in associazione mafiosa.