Palermo, trovato in un pozzo il corpo di Licari

Ritrovato nelle campagne tra San Cipirrello e San Giuseppe Jato, a Palermo, il cadavere del possidente rapito misteriosamente un mese fa. Gli inquirenti hanno fermato due persone, sarebbero due ex operai della vittima

Palermo - Il corpo di Pietro Licari, il possidente scomparso un mese fa, è stato trovato nelle campagne di Partinico. La vittima è stata trovata nella tarda mattinata dentro un pozzo nelle campagne fra San Cipirrello e San Giuseppe Jato. Carabinieri e magistrati stanno effettuando i rilievi e le ispezioni. Due persone sono state fermate dai carabinieri su ordine della procura di Palermo nell'ambito delle indagini sul sequestro. I due sarebbero operai che avevano lavorato per il proprietario terriero. Sono stati interrogati a lungo e uno di loro avrebbe confessato l' uccisione di Licari e avrebbe indicato agli investigatori dove trovare il cadavere.

Sequestro anomalo Il rapimento di Pietro Licari, 68 anni, l'anziano possidente sequestrato il 13 gennaio scorso giorni fa nelle campagne tra Partinico e San Giuseppe Jato, era subito apparso come un sequestro "anomalo", sia per le modalità sia per la somma richiesta ai familiari (circa 300mila euro) attraverso lo stesso cellulare della vittima. In Sicilia del resto, avevano sottolineato gli inquirenti, da tempo le organizzazioni criminali non compiono sequestri, in linea con una scelta tattica di Cosa nostra che mira a evitare la risposta dello Stato. Il fuoristrada dell'imprenditore era stato trovato con le portiere aperte, in un appezzamento di terreno di proprietà della stessa vittima del sequestro. Per mettersi in contatto con i familiari di Licari, che vivono a Roma, i rapitori avevano utilizzato il suo stesso cellulare. Tre giorni dopo si erano fatti vivi nuovamente, questa volta utilizzando una cabina telefonica. Poi un silenzio durato un mese.

Inesperti Il procuratore della Repubblica di Palermo, Francesco Messineo, aveva dichiarato a caldo che l'ipotesi privilegiata daglio inquirenti era quella di un sequestro "a opera di menti non raffinate, gente inesperta". Non a caso le indagini si erano subito indirizzate verso le persone più vicine al possidente, che avevano intrattenuto con lui rapporti di lavoro. Come i due braccianti arrestati. La moglie e i figli di Piero Licari avevano rotto per la prima volta uno stretto riserbo il 6 febbraio scorso quando avevano diffuso un appello ai rapitori dicendosi "profondamente addolorati e preoccupati per il protrarsi della prigionia" e dichiarandosi "pronti al perdono" pur di potere riabbracciare al più presto il loro congiunto.