Palestina nel caos, nuovo assalto al Parlamento

Gian Micalessin

Ormai è un tiro al bersaglio. Il Parlamento di Ramallah già dato alle fiamme, già flagellato a colpi di kalashnikov lunedì sera, è di nuovo sotto assedio. Stavolta al posto dei militanti armati arrivano dipendenti statali senza stipendio da novanta giorni, capifamiglia senza il becco d’un quattrino, fedelissimi di Fatah mandati ad alimentare la protesta. Al posto di molotov e raffiche di kalashnikov volano bottiglie di plastica vuota, gavettoni d’acqua, carta igienica e tante male parole. Ma fanno ancor più male. Stavolta i deputati fondamentalisti sono faccia a faccia con i dimostranti arrabbiati. Sono prigionieri nella trappola d’insulti, lazzi e sberleffi. «Siamo affamati, non ne possiamo più, Haniyeh vattene a casa», urla il coro rabbioso. Farhat Assad, parlamentare di Hamas, li fronteggia, respinge le accuse: «Di chi fate gli interessi attaccando i simboli delle nostre istituzioni? – urla più arrabbiato di loro - siete peggio degli israeliani». Il primo ad andarsene è il professor Abdel Aziz Duaik: il presidente del Parlamento fugge scortato dai suoi uomini, giura di non voler tornare fino a quando «quelli non se ne saranno andati».
A Gaza - dove il bilancio degli scontri tra Fatah e Hamas supera i 22 morti - la situazione è ben peggiore. A Khan Younis, nel sud della Striscia, i miliziani fondamentalisti hanno pronta un’imboscata al convoglio di Refat Kullab, odiato comandante locale della Sicurezza preventiva. Le prime raffiche impallinano Kullab alle gambe, ma i suoi gorilla fanno secco uno degli assalitori e mettono in salvo il capo. Qualche ora dopo la vendetta integralista colpisce la casa di Kullab, attaccata e incendiata dopo aver costretto alla fuga la moglie e le altre donne che si trovano all’interno. In tutto questo il premier di Hamas Ismail Haniyeh e il presidente Abu Mazen continuano a cercare un compromesso per l’abrogazione del referendum che in caso di vittoria del sì costringerà Hamas al riconoscimento implicito d’Israele o all’abbandono del governo. L’unico risultato è l’accordo, per ora ancora senza data, sull’integrazione dei tremila uomini della milizia di Hamas nelle forze di polizia dell’Autorità Palestinese. Secondo Haniyeh l’accordo appena raggiunto prevede «l’integrazione all’interno delle istituzioni della sicurezza». Ma gli ufficiali di Hamas insistono perché i loro uomini diventino parte di una nuova divisione e non vengano invece dispersi all’interno delle altre unità controllate dai vertici fedeli a Fatah. Una temporanea soluzione potrebbe prevedere il trasferimento dei miliziani di Hamas dalle strade ai centri d’addestramento in attesa di una successiva assegnazione.
Hamas, pur di esorcizzare il piano delle carceri al centro del referendum fissato per il prossimo 26 luglio, rispolvera intanto tutte le vecchie proposte politiche. Ahmed Yusef, un consigliere considerato l’eminenza grigia del premier Haniyeh, ripropone il progetto di una «lunga hudna», ricordando che il problema del riconoscimento «può venir trasferito alle generazioni future» attraverso una tregua di 50 o 60 anni. «Il futuro dimostrerà – sostiene Yusef - se Israele è pronto a vivere in pace con i palestinesi».
Il ministro degli Esteri di Hamas Mahmoud Zahar, deciso a portar soldi a Gaza per riuscire a pagare gli stipendi e rimpinguare le casse dell’Anp, tenta in tutti i modi, intanto, di aggirare il boicottaggio delle banche e della comunità internazionale. Ieri rientrando dall’Egitto si è presentato al valico di Rafah con dodici borse inzeppate con 20 milioni di dollari in contanti. Fermato dagli egiziani e dalla guardia presidenziale di Abu Mazen, il ministro degli Esteri è uscito dal lato palestinese del valico senza il suo carico. Se la guardia presidenziale rispetterà la procedura di un mese fa, quando un altro responsabile di Hamas venne fermato con 800mila dollari in contanti, i soldi dovrebbero tornare in breve tempo nelle casse governative.
La versione dell’esercito israeliano che rifiutava ogni responsabilità per la strage della spiaggia di Gaza costata la vita venerdì scorso a sette civili palestinesi viene confutata, intanto, da Marc Garlasco, un esperto del Pentagono reduce da una visita al luogo della tragedia. Secondo Garlasco il cratere dell’esplosione fa inevitabilmente pensare ai proiettili da 155 millimetri degli obici israeliani. Scetticismo sulle tesi israeliane è stato espresso in un’intervista anche dal segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Alcuni ufficiali dell’esercito israeliano hanno ventilato ieri la possibilità di una tragedia causata non da proiettili sparati intenzionalmente contro la spiaggia, ma da un’ogiva inesplosa rimasta occultata tra la sabbia.