Palestinesi delusi da Al Fatah «Neanche l’acqua ci ha dato»

Nel campo profughi di Jabaliya non è facile trovare chi difende gli eredi di Arafat

nostro inviato a Jabaliya (Gaza)
Mohammed Shalabi, il sarto, somiglia a Eduardo De Filippo. Stesse guance incavate, stesso cranio ossuto, stesso sguardo smarrito, da uomo sconfitto, che aveva Eduardo in «Natale in casa Cupiello». Perché si ostini a fare il sarto; come faccia, ora che il vecchio Shalabi è costretto a inforcare certe lenti spesse come oblò, non si capisce. Probabilmente va a memoria. E poi, dice lui, non saprebbe fare altro. Naima, una delle figlie, gli prepara gli aghi col filo da imbastire. Un lavorante stira. Lui cuce un paio di pantaloni, e ogni tanto alza gli occhi sulla strada, al di là della vetrinetta che nessuno ha più spolverato dai tempi della prima Intifada.
Non che ci sia molto da vedere, là fuori. Carretti colmi di frutta e verdura che vanno e vengono, una turba di ragazzini a piedi scalzi o in sandali, crocchi di ragazzotti che lanciano lunghe occhiate alle ragazze in transito, macerandosi su un palpito di cosce che si indovina a malapena sotto il camicione lungo fino alle caviglie. A mezz'aria, sui muri delle case, i manifesti elettorali che ballano nel vento allo stesso ritmo dei fili elettrici che a mazzi, a festoni, corrono da un palo all'altro.
Domani si vota. E il vecchio Mohammed, che aveva una venerazione per il vecchio Arafat, dice che stavolta non lo fregano più, e che darà il suo voto a quelli di Hamas. «Mi ha convinto uno dei loro slogan, che secondo me centra bene la faccenda. Dice: cinque anni di resistenza si sono dimostrati più efficaci di dieci anni di negoziato».
Il campo profughi di Jabaliya, nel nord della striscia di Gaza, era un bastione del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, negli anni Settanta. Nel decennio successivo, a dettar legge furono quelli di Al Fatah. Ora, diciotto anni dopo l'inizio della prima Intifada (9 dicembre 1987) sono quelli di Hamas a dettare la linea. Il panorama, nel frattempo, non è cambiato. Case minime, la vita tirata coi denti, 110mila persone in trappola in uno sgangherato pollaio disteso su poco meno di due chilometri quadrati. E il 65 per cento della popolazione che vive dell'elemosina delle Nazioni Unite e di una pletora di organizzazioni umanitarie. Eppure, nonostante il malandare, c'è ancora qualcuno disposto a dar credito ai candidati di Al Fatah. Jawal Abulhawa, proprietario di un negozio di abbigliamento in cui troverete tutto quel che i suoi colleghi di Siracusa avevano in vetrina nel '72, è uno di questi. «Se abbiamo un governo, se il mondo si interessa ancora alla causa palestinese, è a loro che lo dobbiamo - recita convinto -. Certo che c'è la corruzione. Ma ora, in lista, ci sono persone perbene». «Ma quando mai - si intromette Yousef Shabani, che ha un negozietto di casalinghi qui accanto -. La mafia di Al Fatah ha fatto il suo tempo. Non sono stati neanche in grado di garantire l'acqua corrente alle case. D'estate è un inferno. E sono al potere da dieci anni. Dico: dieci anni. Guardi le loro case, invece, e le loro automobili. E capirà cosa voglio dire».
Adnan («il cognome no, lasci perdere») è uno che aveva messo la sua stessa vita nelle mani di Arafat. Per anni ha vissuto da militante, in prima linea contro i soldati di Sharon. «Me ne sono andato disgustato - dice ora, sputando di lato -. Li ho visti arrivare da Tunisi, nel '94, con le pezze al culo. E ora vanno in giro come padroni».
Nabil Shaat, ministro dell'Informazione e stratega della campagna elettorale di Al Fatah, non nega che ci siano stati eccessi ed errori nelle gestione del potere. «Ma mi dica quale partito è esente da errori quando governa per undici anni di fila. Gli errori ci sono stati, certo, ma li correggeremo», dice nel suo ufficio a Gaza riemergendo da una serie di scartoffie che i suoi collaboratori gli mettono sotto il naso di continuo. Sono proiezioni, sondaggi, vaticini, informative. «Guadagneremo almeno 70 seggi sui 132 in palio. Hamas si fermerà a 52-53», dice convinto, senza tuttavia nascondere una certa inquietudine.
Votare per Al Fatah. Perché? gli domando, prima che due suoi guardaspalle mi scaccino dall'ufficio, visto che risulto sprovvisto di appuntamento con sua eccellenza. «Perché solo noi - risponde tendendomi la mano - abbiamo i numeri per riannodare il processo di pace. Hamas nasce vecchia. Parla lo stesso linguaggio che usavamo noi trent'anni fa. Oggi, la pace si può raggiungere solo attraverso il negoziato. Lo scontro non paga. E poi Hamas, con le sue posizioni oltranziste, non avrà mai l'appoggio internazionale. Solo noi, con la nostra esperienza; solo noi, che siamo un partito secolare, possiamo contare sugli aiuti del mondo esterno per ridurre la disoccupazione e far partire l'economia, se Israele cessa di strangolarci».
I «puri» di Hamas gongolano. Sentono che gli anni di militanza armata, insieme con la fiducia guadagnata grazie alla rete di servizi sociali messa insieme nella «lunga marcia» di avvicinamento al potere, stanno per pagare. «Anche noi - dice Issa Nabash, uno dei candidati di Hamas - siamo per la tregua con Israele. Ma prima devono liberare i nostri prigionieri, renderci i corpi dei nostri martiri, cessare gli attacchi, liberare i valichi di Rafah e di Karni. A queste condizioni siamo pronti a discutere».
In caso contrario, non c'è problema. La parola tornerà ai mitra, e ai missili Qassam. Gli arsenali, dopo che gli israeliani si sono ritirati dal valico di Rafah, il 25 novembre scorso, si sono ricostituiti; e un kalashnikov, assicurano nei vicoli di Gaza, si può pagarlo fino al 60 per cento in meno rispetto all'anno scorso. «L'importante - sospira Mohammed, il sarto che somiglia a Eduardo - è che non cominciamo a spararci tra di noi. Mi hanno detto che Al Fatah e Hamas si sono messi d'accordo, e che alle urne non si vedranno militanti armati. Ma io non mi fido. Li conosco, gli uni e gli altri».