La palestra in rovina

Chi ha lavorato e chi ora opera contro la scuola, merita il girone infernale dei traditori della Patria: perché è gioco perverso, in un Paese che si ritiene civile, bruciare ogni giorno il talento della giovinezza. Infatti la scuola è come un naufrago che ha perso la speranza di guadagnare la riva. Sembrano preistorici o retorici i tempi nei quali (siamo ancora nei primi Sessanta), il fiocco immacolato degli scolaretti era tutt'uno con la maestra (o il maestro) che era una e trina. Lei era la bussola. Era lei che già in prima ti intimava di staccare l'indice dalla pagina, era lei che ti leggeva la bibbia e ti faceva imparare a memoria le poesie di Cardarelli, era lei che ti inchiodava alla lavagna sulle odiose divisioni, era lei che teneva alla tua grafìa, ed era ancora lei che, se uno scolaro precoce si faceva beccare in bagno con la prima sigaretta della vita, passava a casa di mamma e papà. Tutto ciò suona remoto alla stregua di una favola. Forse è meglio così. Ma oggi, però, a che punto siamo? Nel baratro. Siamo precipitati.
Ormai assisto a generazioni di studenti che alle medie superiori, dopo otto anni tra elementari e medie inferiori, portano ancora il segno con il dito. Nella loro carriera scolastica avranno letto sì e no due pagine di libro. Sono studenti che quando si imbattono nell'unico vocabolario romanzato della letteratura italiana (I Promessi Sposi), non sanno cosa significa uscio, nettare, colloquio, astinenza, superbo...
Fanno errori di ortografia. Non sanno distinguere tra un accento grave e uno acuto. Si siedono in aula già stanchi, senza motivazioni. Ma come possono averle se fuori dalla scuola vivono in un ronzio di sollecitazioni mentre in classe sono in trenta con la sola antologistuzza che magari contempla un racconto di Corrado Augias e nessuno di Corrado Alvaro? Semmai covasse un genio nella scuola italiana, verrebbe abortito massimo al primo trimestre o quadrimestre. Perché diciamolo: anche i prof (parola detestabile che sa di pof e non di maestro), gli insegnanti, sono ormai ridotti a una ciurma di babysitter e vigili urbani. Invece di avere tempo e essere pagati per continuare a studiare (le discipline ma anche ciò che accade nella realtà), sono costretti a commerciare con carte e scartoffie per via della burocrazia. Sono lì ad azzuffarsi per presentare i loro progetti e dunque racimolare qualche euro in più al mese. Sono schiavi delle R.S.U., dell'autonomia e dei dirigenti scolastici che, tutti insieme, ogni anno contrattano e si scannano per ripartire gli spiccioli di un banchetto da mendicanti.
A esempio, avete mai visto un diario di classe? Fa impressione. È squadrato in loculi e loculetti e bisogna riportarci su assenze e presenze (e questo va bene) ma anche l'ora, il giorno, e se è stata la mamma che ha prelevato il figliolo oppure (chi?) in una compilazione demenziale che sa più del pettegolezzo e della follia misurata a colpi di ricreazione piuttosto che di un civile modo di stare semplicemente insieme. Ormai la scuola è un pollaio di vittime e carnefici che ogni santo giorno si scambiano di ruolo. Gli insegnanti più bravi e più generosi (dovrebbe essere la norma) sono messi all'indice o invidiati; gli studenti eclettici si trasformano prima o poi in prodigiosi depressi. E poi è vero che la scuola può diventare luogo di violenze, oscenità, plagio. È verosimile (Manzoni lo avrebbe confermato come vero) che nella scuola il sesso si può praticare in bagno o sui materassini della palestra. Eppure non è qui lo scandalo. Perché anche la scuola è luogo della realtà. Anzi, è palestra di vita, o no? Non è nella seduzione prima e nel non detto poi che si annida tutto il marcio. Infatti la peste non scoppia dove accadono certe cose bensì dove tutto è in rovina. Dunque la scuola non è il luogo dello scandalo però della rovina sì.
Bisogna che si sappia. Non c'è ragazzo di quattordici-quindici anni che non abbia registrato sul telefonino un micro porno. Vibratori, animali, coiti multipli. Eppure, è ovvio, non è il microfilm che ci deve sbattere la morale al muro. Ma a farlo è invece la serialità, la noia, la mancanza di alternative, l'assenza di una biblioteca, di un videoregistratore. È la mancanza totale di mezzi. È la caduta della dignità. È la dignità perduta. Comunque, pure se in agonia, la scuola è frequentata anche da plotoni di docenti che magari salgono sul treno alle quattro del mattino per entrare alla prima ora. Sono persone perbene. Come saranno persone degne quegli studenti che hanno imparato la lezione di non vergognarsi del nome e cognome che portano. Quegli studenti che hanno imparato a memoria i versi di Dante. Ma il problema è che loro rappresentano piccoli e sparuti plotoni contro un esercito in rotta. Sembrano stanchi e stressati medici che hanno un bel da fare nel lazzaretto degli appestati. Infatti c'è un solo rimedio: distruggere la scuola, passare il sale tra le rovine. E ricominciare da capo.