In palio resta il secondo posto. E Del Piero fa paura alla Roma

Decide una punizione del capitano bianconero e il giallorossi scendono a -11 dallo scudetto. Ma adesso hanno la Juventus a un punto

nostro inviato a Torino

Il segno di Del Piero per dimostrare che la Juve è da Champions e la Roma la solita damigella che svanisce davanti allo specchio delle sue brame. Il 2008 della squadra di Spalletti non è proprio esaltante, ormai rischia di perdere anche la leadership alle spalle dell’Inter. La Juve azzanna e morde, lotta e ci prova. La partita che doveva raccontarci quanto vale il calcio nostro, che vuol mettere i brividi all’Inter, ha lasciato intendere che non c’è tanto oro nelle miniere. Ha vinto la squadra i cui uomini di talento hanno giocato per dire: io ci sono, noi ci siamo. Totti e altri sono rimasti a guardare. Ma tra spezzatini Tv a pagamento e prezzi da strozzinaggio ai botteghini, non è questo il calcio che merita il pubblico pagante. È giusto pretendere di più.
Per almeno mezz’ora Juve e Roma hanno spettacolarizzato il senso della loro impotenza, pur partendo da presupposti calcistici opposti. Una sola punta per la Roma, secondo assetto ormai consolidato. Tre punte per la Juve, ultimo gioco di prestigio di Ranieri che ha nascosto la trovata, poi ribattezzabile di successo. Eppure le squadre hanno rischiato di far addormentare la gente. Non un tiro in porta che avesse forza per mettere in imbarazzo i portieri. Soltanto gran mulinare di gambe ed interventi: Juve più sveglia e frizzante nei primi dieci minuti, sfruttando le incertezze della fascia sinistra romanista. Roma più sporadica nel cercare gioco e attacchi che avessero consistenza.
Che dire? Che forse gli assenti non avevano sbagliato. Lo stadio di Torino mostrava qualche vuoto di troppo. Vista la prima mezz’ora, meglio lasciar perdere. Inutile pensare che tre punte siano sinonimo di gol. Tutto dipende da forma, intelligenza tattica e fortuna. Del Piero ha cercato di essere subito protagonista, ma Nedved deve averci capito poco ed ha pasticciato prima di ritrovare il suo feroce agonismo. Trezeguet ha toccato la prima palla pesante al minuto 39, quando finalmente la Juve ha messo piede deciso nella difesa della Roma e Iaquinta ha impegnato Doni nella prima parata a rischio della sua partita: conclusione al volo dell’attaccante, risposta da portiere-gattone.
Certo, questo è stato il segnale che la Juve aveva cominciato a trovare logica al suo modo d’attaccare e che la Roma stava ansimando più del necessario in retrovia. A proposito degli aiutini evocati da Totti: che cosa pensare dell’amnesia dell’arbitro Saccani che, davanti ad una evidente seconda ammonizione da rifilare a Mexes, ha avuto braccio corto e quello se l’è cavata? In quanto a benevolenza occulta anche la Roma non scherza. Anche se Del Piero, proprio grazie al fallo di Mexes (atterrato Nedved al limite d’area) ha stordito tutti con una delle straordinarie punizioni del suo repertorio. Doni si è sentito fulminato e crocefisso da un pallone imprendibile e da un gol che, in qualche modo, ha premiato la superiore affidabilità degli attaccanti juventini.
Invece il gioco, quello per cui Spalletti e gli allenatori della sua specie sprecano tante parole, è stato sempre incanalato su piani di assoluta normalità: poca fantasia al potere, tanto metodo nel costruire azioni facilmente prevedibili. Solo svarioni, qualche imprecisione e mediocrità calcistica creavano il brivido. La Juve è stata più squadra attingendo alla sua umiltà. La Roma più pretenziosa nel credere alle sue qualità. C’è voluto l’ingresso di Giuly per spingerla alla prima vera palla gol, sprecata da Totti. Una punizione di De Rossi, dopo mezz’ora della ripresa, per scaldare Buffon. E sarà un caso, ma quando è entrato Sissoko la Juve è stata più solida anche a centrocampo. Segnale per chi vuole intendere. Quest’anno Ranieri ha già esagerato nello sprecare acquisti.