Palladio, così inventò la comodità del bello

Un libro-documentario getta una nuova luce sull’opera del grande veneto che unì, nelle ville, classico e moderno. <strong><a href="/a.pic1?ID=297936">A Vicenza una mostra per il &quot;primo&quot; degli architetti</a> </strong>di <em>Vittorio Sgarbi</em>

Si alzano nella campagna le bianche colonne, le nitide forme dei timpani si specchiano in lenti canali. Le barchesse ammorbidiscono con le loro linee curve la rigidità dei corpi centrali, le meridiane seguono il cammino del sole, segnando il troppo tempo trascorso e quello che tuttavia incalza.

Chi si incammina sulle tracce di Andrea Palladio e passa di villa in villa - da quelle amorosamente conservate e quelle dolorosamente abbandonate - si avventura in un percorso del pensiero piuttosto che in un itinerario architettonico. Lo spiega bene Vittorio Sgarbi in un passo del testo che accompagna il film di sua sorella Elisabetta sull’architetto padovano. Appena pubblicati, entrambi hanno come titolo Andrea Palladio. La luce della ragione (Rizzoli, dvd e libro, pagg. 167, euro 25): «Edifici che sembrano un pensiero architettonico piuttosto che opere compiute, che si impongono come l’elaborazione più completa del pensiero dell’uomo rispetto alla natura, chiaramente distinti dalla natura e dal paesaggio, eppure a esso legati da un rapporto indissolubile, così che anche la natura sembra pensata dall’architetto».

Si raggiunge, attraverso Palladio, il momento forse perfetto, dopo la fine del mondo classico, del connubio fra uomo e natura, dove l’architettura non prevarica la natura ma la informa di sé, la plasma secondo un’idea assoluta di armonia. Poi esploderà la sontuosa opulenza del barocco che trasformerà i giardini in quinte sfarzose per la grandezza del signore, del re. Verrà la morbosa sensibilità romantica per la wilderness, la natura selvaggia, addirittura ricreata dagli architetti paesaggisti e disseminata di false rovine. Fino a quando il Novecento affermerà la superiorità dell’architettura sulla natura e avvierà la distruzione del paesaggio.

Forse il segreto di quell’equilibrio sta nella concretezza del progetto architettonico palladiano. Benché permeato dall’ammirazione per le sublimi testimonianze della grande architettura classica, Andrea Palladio non è mosso da quello che con termine odierno potrebbe essere definito “intellettualismo” o da un’astratta idea di bellezza. Gli scopi dell’architetto sono in fondo semplici e concreti. Scrive in uno dei suoi Quattro libri dell’Architettura a proposito della vicentina Villa Pojana: «Questo gentil’huomo (il cavaliere Bonifacio Pojana)... non ha mancato di fare tutti quegli ornamenti e quelle commodità che sono possibili per rendere questo suo luogo bello, dilettevole e commodo». Sgarbi sottolinea, nella sua descrizione e interpretazione della villa, questo concetto di comodità, di utilità dell’edificio che non deve essere di rappresentanza, quanto piuttosto luogo di riposo, di riflessione, di svago colto, non separato da quella campagna da cui arrivavano i prodotti dell’agricoltura, che dovevano essere stivati e conservati in appositi spazi (le barchesse, per l’appunto).
Questa utilità che si unisce alla bellezza, e diventa bellezza essa stessa, sembra essere un carattere comune alla creazioni del Palladio, anche alle più sontuose, come la Villa Barbaro di Maser o la Villa Foscari di Mira (la Malcontenta) o la Villa Almerico Capra, la celebre Rotonda che emozionò Goethe nel suo primo viaggio in Italia. «La seguente fabbrica è del magnifico signor Francesco Badoero nel Polesine - scrive Palladio con puntigliosa precisione a proposito della Villa Badoer di Fratta Polesine - ... \ sono state ornate di grottesche di bellissima inventione del Giallo Fiorentino. Di sopra hanno il granaro, e sotto la cucina, le cantine e altri luoghi alla commodità pertinenti...».

Luogo di svago non disgiunto dagli interessi economici, da quando la Serenissima cominciò a rivolgere la sua attenzione dal mare alla terraferma, stabilendo «con la campagna e con il territorio un rapporto che corrisponde sia alle necessità economiche che a quelle del rifugio del pensatore, dell’intellettuale». È Alvise Cornaro il gentiluomo che fra Quattro e Cinquecento dà vita alla moda del «vivere in villa», un costume da cui nascerà la grande civiltà delle ville venete. Ma per spiegare il senso di questo rivolgersi di una stirpe di uomini «da mar» alla campagna, Sgarbi parte dalla «piccola ma graziosa casetta» che Francesco Petrarca si costruì sui Colli Euganei. Un rifugio, come scrisse lo stesso poeta, «dai tumulti, dai rumori, dalle cure», dove pensare, leggere e studiare ma anche dove entrare in contatto con la natura. «Mi occupo molto di agricoltura, molto di architettura - scriveva ancora a un amico - ... mi procuro da ogni parte ogni sorta di alberi...». Eccolo qui, il «primo architetto di villa», secondo Sgarbi. Precursore di quella civiltà che creò mirabili edifici fra alberi e acque, oggi assediati dalla bruttezza e dal cemento. Da «tumulti e rumori» dai quali neppure Petrarca ormai potrebbe più fuggire.