Da Pallone d’oro a palla di piombo Ronaldinho triste come il Brasile

Ma Parreira non ci sta «Difficile sistemare troppe stelle in poco tempo»

nostro inviato a Francoforte
Dal jogo bonito al jogo maldido è stato un attimo. «Il tempo che Roberto Carlos pensasse ad aggiustarsi i calzettoni anzichè marcare Henry, che poi è andato a far gol». L’accusa di Pelè è stata la prima deflagrazione scoppiata sulla disfatta del Brasile. A Rio, come a San Paolo, non ci vanno mai leggeri quando la Selecao salta per aria ai mondiali. Si sentono i più grandi del mondo e vogliono che il campo lo dimostri. Se non accade, si salvi chi può. Così anche stavolta: molti giocatori hanno preferito restare in Europa, piuttosto che rischiare il linciaggio mediatico a casa loro. Ronaldinho alle otto del mattino aveva già le valigie in mano. La notte è passata per tutti in un albergo di Francoforte: party di saluto fino all’alba. Poi tutti liberi. Per qualcuno è stato un addio. All’aeroporto i tifosi hanno imprecato contro Roberto Carlos. Fischi, urla a suon di «Vergognati!». Tutti hanno intuito la profonda divisione di spogliatoio fra giovani e anziani. Cafu e la vecchia guardia erano una bella congrega di potere. E l’idea che il capitano voglia continuare non ha esaltato nessuno. Il tam tam radiotelevisivo ha già individuato il colpevole numero uno: quel Ronaldinho, dicono, che pensa più al marketing per la Nike che alla maglia della nazionale. «In campo ha mostrato solo i denti», raccontano laggiù, dove questa sconfitta è stata presa molto peggio rispetto a quella del 1982 contro l’Italia. Allora si consolarono con il bel gioco, stavolta neppure con quello. Carlos Alberto Parreira è sulla graticola. Ieri è tornato in Brasile, senza lasciar intendere cosa farà. «Parlerò con Texeira, il presidente», ha detto laconicamente. «Ma cerchiamo almeno di seppellire il morto con dignità». Non parlava della sua esperienza come ct, piuttosto della batosta.
Ronaldinho ha capito che tira brutta aria e ha intonato il mea culpa: «Sono triste e mi sento addosso molta frustrazione. Non ho aggiunto la gemma più bella alla mia collezione di successi. Spero serva di lezione. Pensiamo fin d’ora al prossimo mondiale». Ma forse non tutti saranno d’accordo sul rivederlo. Questo mondiale giocato senza accendersi mai, da gregario anzichè da leader, ha rovinato la reputazione del Pallone d’oro diventato una palla di piombo. L’idea che Bugs Bunny non abbia amore per la maglia e la nazione calcistica rischia di compromettere il rapporto futuro con la Selecao. Per ora molti non vogliono più sentirne parlare. E ieri Parreira ha fatto scattare l’operazione salvataggio. «Non fatene un capro espiatorio. Ronaldinho non è l’immagine della nostra sconfitta. Capitò anche a Dunga nel 1990, ma poi nel 1994 si riscattò».
Il vero problema di tutta la storia, ha ammesso il ct, è stato un altro: «Dovevo sistemare tante stelle e non era facile. Non ho avuto il tempo per farlo». In realtà il quadrilatero magico è diventato una trappola: l’ha provato una volta sola prima del mondiale. Troppo poco, troppo a rischio: le condizioni fisiche dei giocatori hanno fatto il resto. Ronaldo ha bucato la prima partita, Adriano non ha mai convinto, Ronaldinho ha giocato in un ruolo diverso dal suo e Kakà, che stava meglio di tutti, ha disputato l’ultima partita dopo tre giorni passati con il ghiaccio sulla gamba. Tanto da far innervosire Galliani, preoccupato per un aggravarsi dell’infortunio. In più, aggiungete uno Zidane da leggenda e la frittata è servita. Parreira ha cercato di cavarsela difendendosi con la storia. «Il Brasile non ha mai marcato nessuno a uomo. E mai marcherà nessuno. Zidane ha giocato la miglior partita degli ultimi quattro anni. Era impossibile marcarlo». In Brasile non gradiranno. Il ct ha spiegato che c’era, forse, un’attesa superiore rispetto alle possibilità e che il calcio non è una scienza esatta. Ma non lo è per tutti. Meglio dirla con Kakà: «Non siamo mai stati il Brasile. Mai aggressivi. Sarà meglio riflettere». In attesa di un ct che potrebbe essere Wanderlei Luxemburgo, l’allenatore preferito da Sacchi. Una precedente esperienza con la Selecao è stata al limite del tracollo. Poi si è aggiunto uno scandalo per tangenti ed evasione fiscale. L’alternativa è Paulo Autori, origini italiane e discreto pedigree: ha vinto il mondiale 2005 con il San Paolo. Ma in Brasile ogni ct scelto per primo, rischia sempre di non essere l’ultimo.