Pallone per il disgelo Usa-Iran: "Diamo un calcio alle tensioni"

La Federazione americana propone una partita amichevole a Teheran. Le relazioni tra i due Paesi interrotte da 30 anni

A Pechino, alle ultime Olimpiadi, ci hanno pensato due donne a dare l’esempio. Sul podio hanno condiviso medaglie (argento e bronzo al tiro a segno) ma anche un abbraccio: storico. Perché mentre Natalia Paderina, russa, e Nino Salukvadze, georgiana, sorridevano entusiaste spartendosi l’euforia per quel traguardo memorabile, i Paesi che rappresentavano si facevano la guerra. Lo sport unisce laddove spesso la politica divide. Sarà per questo che gli Stati Uniti stanno tentando la strada del disgelo con l’Iran puntando su un’arma “non convenzionale” eppure per nulla distruttiva: il calcio. Da Washington - ha riferito ieri il presidente della Federcalcio iraniana, Ali Kafashian - è arrivato l’invito per un’amichevole da giocare proprio a Teheran. Gli americani hanno proposto due date: il 10 ottobre e il 14 novembre allo stadio Azadi. Ma ci vorrà del tempo prima che l’Iran sciolga la riserva.

La strategia americana pare proprio la riedizione della cosiddetta diplomazia del ping pong, quella che col pretesto sportivo non solo portò a uno scambio di giocatori tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese negli anni Settanta ma anche a un momento di distensione fra i due Paesi, che poi aprì la strada alla visita di Richard Nixon in Cina. Non solo, dunque, i segnali di apertura offerti da Barack Obama all’Iran. Quel pallone potrebbe rompere una cortina, abbattere il muro che da anni separa Washington e Teheran, a cominciare da un avvenimento simbolico: il ritorno di una delegazione statunitense sul suolo iraniano per la prima volta dal 1980, anno in cui vennero interrotte le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Le due squadre si sono già incontrate ai Mondiali di Francia del 1998 (vittoria iraniana per 2-1) e nel 2000 in California (amichevole chiusa col pareggio 1-1). Ma mai a Teheran.

Chissà se un pallone riuscirà davvero a sfondare la rete delle incomprensioni. Che pure non sembrano per nulla svanire nemmeno dietro ai tentativi di dialogo del presidente americano. Tutt’altro. Ieri il leader iraniano, Mahmud Ahmadinejad, alla vigilia delle elezioni del 12 giugno in cui correrà per un secondo mandato, ha ribadito che andrà avanti con il suo programma nucleare e che considera ormai definitivamente «chiusi» i colloqui con le grandi potenze riunite nel gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania). Proprio agli Usa che tentano i toni concilianti ribatte: «Loro che hanno migliaia di testate nucleari, perché vogliono fermare il programma pacifico di un altro Paese?». E infine il presidente-falco dubita della sincerità delle aperture di Obama: l’Iran sta aspettando di vedere se il cambiamento annunciato è «reale o solo a parole».
Nell’attesa Ahmadinejad sembra sognare un passaggio televisivo di quelli da mondovisione. E infatti si è detto «pronto ad avere un faccia a faccia televisivo con il presidente Obama» e a detta dell’agenzia di stampa iraniana Fars, anche a «partire per New York» per tentare di «risolvere i problemi del mondo e gestire le questioni di sicurezza che affliggono l’umanità». Intanto scarica sugli Stati Uniti anche la responsabilità della mancata visita del ministro degli Esteri Franco Frattini in Iran. Dopo aver chiarito che le relazioni fra Roma e Teheran «sono buone» e che la visita è solo «rinviata», il presidente ha lasciato intendere che l’Italia ha subito condizionamenti: «Sappiamo che alcuni Paesi europei sono sotto la pressione di altri, ma non ce ne preoccupiamo molto».