Palma d’oro ai Dardenne Exploit di Tommy Lee Jones

Vince «L’enfant», una storia di degrado e paternità difficile. Al film del regista americano premi per recitazione e sceneggiatura. Miglior attrice Hanna Laslo

Maurizio Cabona

da Cannes

Fra i grandi Festival, quello di Cannes tiene segreti fino all’ultimo - come quello di Berlino - i vincitori, quando alla Mostra di Venezia il riserbo viene violato per pranzo con la cerimonia per cena. Comunque anche a Cannes qualcosa si coglie in leggero anticipo. Basta assistere alla «montée des marches» per delimitare l’area dei premiati.
Ieri sera si sono incolonnati sulla celebre passatoia rossa il regista di Zona franca, Amos Gitai, e la co-protagonista, Anna Laslo; il regista di Broken Flowers («Fiori spezzati»), Jim Jarmusch; il regista di Shanghai Dreams («Sogni di Shanghai»), Wang Xiaoshuai; i fratelli Dardenne, registi e sceneggiatori dell’Enfant («Bambino», ma anche «Figlio»), film francese camuffato da belga; Tommy Lee Jones e Guillermo Arriaga, rispettivamente produttore, regista e protagonista l’uno, sceneggiatore l’altro delle Tre sepolture di Melquiades Estrada, film (doppiamente premiato) semifrancese camuffato da americano; Michael Haneke, regista austriaco nato in Germania del film francese Caché («Nascosto»).
L’ordine d’arrivo al palazzo del cinema non avrebbe rispecchiato l’ordine d’importanza dei premi, ma alle 19 le tessere del mosaico c’erano tutte: sarebbero state sistemate al loro posto entro le 20, secondo il verdetto frutto di aspre discussioni finite nella tarda mattinata di venerdì.
Spettacolo nello spettacolo, intanto, i telecronisti francesi si prodigavano nel sostenere l’evento, quasi con la stessa enfasi un po’ grottesca dei telecronisti brasiliani per le partite al Maracanà.
Anche chi avesse creduto che il Festival fosse solo un evento artistico ed economico, a quel punto avrebbe capito che la Francia punta sul cinema quasi quanto gli Stati Uniti, molto più dell’Italia dunque, dove il cinema langue e la politica internazionale attraverso il cinema è un ricordo dei tempi di De Gasperi, quando i film neorealisti servivano a giustificare le pressanti richieste di aiuto di un Paese semidistrutto proprio presso coloro che l’avevano semidistrutto...
Quest’anno la giuria di Cannes era presieduta da un bis-vincitore, un ex ragazzo di Sarajevo che aveva mantenuto il cuore a Belgrado, Serbia, anche quando qui - appendice mondana di Parigi - certi intellettuali di grido gridavano: «Non possiamo non dirci bosniaci».
Camicia di taffetas verde e cravatta nera (e lunga) sotto lo smoking, Kusturica s’è presentato fin dall’abbigliamento con un tocco eterodosso. Infatti non si chiama uno come lui - palma d’oro per Papà è in viaggio d’affari e per Underground - a presiedere la giuria, se si vuole il verdetto prevedibile e impolitico che c’è stato. Attorno a lui, perché l’imprevedibilità non fosse completa, c’era una dose insolita di registi: Fatih Akin, Benoit Jacquot, Agnès Varda e John Woo, perché l’imprevedibilità non fosse perentorietà. Infine c’erano gli attori, con Javier Bardem e Salma Hayek di lingua spagnola.
Via via che la cerimonia si svolgeva, stancamente e pretenziosamente, si capiva che tutto quello che la grande stampa francese aveva scritto due settimane prima («Tornano i grandi del cinema!», «Tornano i divi americani!») si riduceva al fatto che Morgan Freeman e Hilary Swank consegnassero la Palma d’oro, la seconda in sei anni (con in mezzo un premio per il miglior attore) ai fratelli Dardenne, specialisti di film cattolici minimalisti, bernanosiani e bressoniani, sempre uguali a loro stessi, ma anche sempre suggestivi e animati da una virtù ormai più rara, la speranza.

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