Palma d’oro a Cantet e Del Toro Ma Cannes celebra l'Italia

Dopo ventun anni, Cannes mette sul podio un film francese: &quot;Entre les murs&quot;. Il miglior attore è Benicio Del Toro nei panni del Che. Premi di consolazione a Eastwood e Deneuve. E la giuria premia Garrone e Sorrentino, per la <strong><a href="/a.pic1?ID=264236" target="_blank">riscossa del cinema italiano</a></strong>

Cannes - Ora si attende un giubilo e una gratitudine italiani pari al piagnisteo e al risentimento dell'anno scorso, quando c'era chi propendeva la rottura delle relazioni diplomatiche con la Francia, perché nessun film italiano era in concorso al Festival di Cannes. Il Gran premio della giuria a Matteo Garrone e il premio della giuria (la differenza è nel «gran») sono molto per un cinema ancora esiguo e modesto: non devono illudere, ma possono rasserenare che non siamo, cinematograficamente, la patria di Nanni Moretti, ultima Palma d'oro.

Piagnisteo e risentimento dell'anno scorso diventano ancora più spregevoli se si bada che solo ventuno anni dopo Sotto il sole di Satana di Maurice Pialat, un film francese, Entre les murs di Laurent Cantet, vince la Palma d'oro. È un film lontanissimo da quello di Pialat, un film collettivo come quello di Garrone, piazzatosi secondo nella graduatoria. La giuria ha dunque voluto premiare opere fin dalla struttura anti-hollywoodiane, come il suo presidente, Sean Penn, aveva anticipato.

L'Italia ha aperto le sue piaghe col film di Garrone, ambientato oggi, molto più di quanto abbia fatto con quello di Paolo Sorrentino, Il Divo, che si svolge nel passato e che mostra non una banda di tristi delinquenti su uno sfondo desolante, ma uno statista fra i maggiori d'Europa, che le sentenze definitive hanno sempre assolto, quali che fossero le accuse. Nel Paese del caso Dreyfus, il caso Andreotti deve aver mostrato analogie più evidenti che in Italia.

Aprire le piaghe non è tipico del cinema italiano, ma del cinema da festival di ogni paese. Fra i film, gli autori e gli attori premiati si notano Le silence de Lorna dei Dardenne, premiato per la sceneggiatura, dove Liegi è gelida e indifferente coi suoi immigrati; nel Che di Steven Soderbergh, premiato per l'interpretazione di Benicio Del Toro, si vede la Bolivia gelida e indifferente verso i suoi aspiranti liberatori; in Linha da paso di Walter Salles, premiato per l'interpretazione di Sandra Corveloni, una matura esordiente, affiora un Brasile che non è quello delle favelas, ma poco ne dita. The Exchange di Clint Eastwood, che è un capolavoro e che ha avuto un grottesco premio di consolazione, la California è un posto di squadroni della morte e di manicomi accoglienti per madri nubili; in Tre scimmie di Nuri Bilge Ceylan, premiato per la regia, un politico turco manda in galera per un incidente occorso a lui il suo autista; nel Conte de Noël di Arnaud Desplechin, che ha dato modo di premiare Catherine Deneuve solo perché non manca un Festival di Cannes, il quadro di famiglia è dei più dolenti. La sola fiducia nell'avvenire, ma che tiene conto delle grandi difficoltà del vivere multietnico e monoculturale (quello della cultura consumista), traspare da Entre les murs. Forse proprio perché faceva eccezione alla regola ha avuto l'unanimità.

Si conferma comunque la linea largamente prevalente nella giurie, da quando esse sono formate quasi unicamente da registi e attori: trasformare i premi dei grossi festival in un incoraggiamento alla carriera di autori semiaffermati; quelli affermati, peggio se vecchi come Eastwood, sono preclusi dalla Palma d'oro, qualunque film abbiano fatto.

Sean Penn ha detto che queste scelte sono «contro Hollywood». In realtà hanno solo l'effetto di escludere dai premi - decisi e consegnati da divi di Hollywood come lui stesso e De Niro - chi a Hollywood ha già avuto successo; per includere nei premi invece chi a Hollywood non l'ha ancora avuto. Ma così palme, leoni e orsi, per quanto d'oro, varranno sempre meno dei dollari.