Palma d’oro al cupo Haneke. "Vincere" fa perdere Bellocchio

Verdetto equilibrato: premiato il film che racconta l’inferno della provincia. Miglior attore il protagonista di Tarantino

Cannes - Isabelle Huppert non poteva premiarsi, perché al Festival presiedeva la giuria. Ma non s'è limitata a condurla con mano ferrea e gelida lucidità. Ha anche reso la sempre noiosissima premiazione una sua - molto meno noiosa - festa privata. Nel linguaggio economico-politico, sarebbe abuso di posizione dominante. Ma il Festival s'è giovato, oltre che di un verdetto solo marginalmente opinabile, di un'imprevista regia. D'altronde chi potrebbe negarle la competenza dopo quasi quarant'anni di cinema e teatro?

Innanzitutto, violando la consuetudine ed emarginando l'odiata rivale Isabelle Adjani, vestita in nero, la Huppert, vestiva in bianco, ha personalmente consegnato la Palma d'oro a Michael Haneke, poi l'ha abbracciato lungamente e intensamente, commossa. Il film premiato era Il nastro bianco, in sintesi parenti-serpenti e bambini carogne nella Prussia orientale e protestante del 1913, alla vigilia della Grande guerra, visti da un regista austriaco e cattolico, cioè dall'altro polo della civiltà germanica. Ma la signora del cinema francese vibrava soprattutto per aver risarcito in Haneke l'autore della Pianista, da lei stessa interpretato nel 2001. Per La pianista le toccò il premio come attrice; il regista ebbe «solo» il Gran premio della giuria. La Palma d'oro così gli è arrivata ieri. Risarcimento per il «torto» d'allora? Sì, ma anche alloro meritato e previsto dalla critica. La Huppert sarà insopportabile, ma non è stupida.

Spettacolo nello spettacolo, la Huppert s'è letteralmente inventata anche il «premio eccezionale» per Alain Resnais, ideato sfruttando Herbes Folles, che nulla aggiunge al valore di Resnais. E la Huppert ha non a caso citato una sfilza di film precedenti, da Hiroshima mon amour a Mon oncle d'Amérique, come vera motivazione. S'è trattato di una sorta di tacita «palma alla carriera», così la Huppert ha disposto che Resnais salisse sul palco per terz'ultimo, dettaglio importante perché il rango dei riconoscimenti sale col procedere della cerimonia.

Così facendo, la Huppert ha messo in ombra il conduttore della cerimonia, Edouard Baer. L'incauto aveva cercato di prevenire l'egemonia huppertiana con una trovata non nuova: s'era accordato con Terry Gilliam, regista dell'Imaginarium of Doctor Parnassus, fuori concorso, per un fuori programma. Quando il filippino Brillante Mendoza veniva chiamato per il premio per la regia al suo Kinatay, Gilliam l'aveva preceduto sul palco e si era messo a ringraziare amici e parenti, attori e produttori, come se avesse avuto lui il premio. E, quando Baer l'aveva «disilluso», Gilliam aveva simulato un pianto. La scenetta brevissima, ma l'imprevisto - tale era almeno per lei - ha seccato la Huppert, che a colpi di «Bon, bon, bon» e senza ridere ha liquidato Gilliam! Quanto a Mendoza, alla sua seconda partecipazione al Festival in due anni, ha usufruito anche lui di un risarcimento, perché Kinatay vale meno di Serbis, il suo insolito film dell'anno scorso.

Attrice ineguagliata, la Huppert ha saputo valutare con freddezza i colleghi. Che Charlotte Gainsbourg fosse brava si sapeva, ma era bene che lo si proclamasse alto e forte. Quello che fa il suo personaggio in Antichrist di Lars von Trier è praticare il più disperato degli erotismi. Per una parte così ci voleva coraggio, del tipo di quello che aveva avuto la Huppert nell'accettare il personaggio nella Pianista. Sarà anche scattata l'immedesimazione, ma la scelta è indiscutibile. E lo è anche di più, perché più difficile, quella di Christoph Waltz per Inglorious Basterds di Quentin Tarantino. Al quale il premio non è bastato, tanto che non era presente alla cerimonia, pur essendo ancora a Cannes: ignoto fino a ieri, Waltz gli deve la fama, ma Tarantino deve a lui se un film che poteva risolversi in una passabile parodia dei film di guerra entra nella storia del costume come il primo del dopoguerra a rendere un Ss più simpatico di un ebreo.

Il gran premio della giuria al Prophète di Jacques Audiard è anch'esso meritato. L'avere un arabo - per giunta nel ruolo di un detenuto - come personaggio gli avrà giovato, ma il grande attore che sorregge il film non è l'esordiente Tahar Rahim, ma il veterano Niels Arestrup.
La «quota gaya» è stata regolarmente rispettata col premio per la sceneggiatura a Mei Feng per il mediocre rifacimento di Jules e Jim intitolato Notti d'ebbrezza primaverile; rispettata anche la «quota rosa» col premio della giuria a Fish Tank di Andrea Arnold, ricalco del cinema «arrabbiato» di mezzo secolo fa. La «quota italiana» manca: finché non ci sarà, con il Marco Bellocchio di Vincere perdere è giusto.