La palude

La via prodiana per resistere è impaludare la società in un groviglio di divisioni, ambiguità, meschini e ingannevoli compromessi. La disgregazione investe il Paese, contenuta solo dalla presenza di una netta opposizione alternativa, ancora parzialmente toccata dagli effetti più generali di sbandamento. Le forze che più sostengono il modo di governare prodiano, invece, sono le più investite dalla tendenza allo sfascio. Innanzi tutto la Cgil e l'estrema sinistra, le più esposte con il pasticcio sulle pensioni. È la mancanza di verità che ammorba il dibattito: la logica della legge Maroni è stata solo malamente ritardata a un costo alto (10-15 miliardi di euro in dieci anni), aumentando i contributi, colpendo i diritti acquisiti dei pensionati con redditi più alti, dividendo politicamente i lavoratori tra usurati e no. Vicenda senza verità che pesa su chi aveva fatto il massimo di demagogia sulla Maroni e oggi non sa come uscirne.
In qualche modo i destini di Cgil ed estrema sinistra sono intrecciati. Così il dibattito interno a questi ambienti: per Guglielmo Epifani la trattativa è stata difficile, ma l'esito da valorizzare, per Paolo Nerozzi (uomo forte della Cgil, uscito dai Ds con Fabio Mussi) l'accordo ha parti da valorizzare ma l'esito è molto inferiore alle aspettative, per Gianni Rinaldini, capo della Fiom, «duro» ma finora non all'opposizione, ci sono punti da valorizzare ma l'accordo è sbagliato, per Giorgio Cremaschi, leader dei «duri», l'accordo è solo sbagliato.
Simmetricamente nell'estrema sinistra c'è chi giudica l'accordo buono, come Mussi, chi sbagliato come Oliviero Diliberto, chi sbagliato ma con parti da valorizzare come Maurizio Zipponi (ex leader della Fiom e oggi responsabile sui problemi del lavoro di Rifondazione), chi con qualcosa da valorizzare ma profondamente sbagliato come Franco Giordano, chi si rimette al parere dei lavoratori come Fausto Bertinotti.
Dietro questo scontro si leggono le difficoltà dell'unificazione tra rifondaroli e mussiani, voluta da Bertinotti ma contrastata dalla nomenklatura di Rifondazione, con in testa Giordano (con conseguente tentazione di Mussi di rimettersi insieme a Walter Veltroni). Si legge lo scontro nella Cgil dove Nerozzi e Rinaldini, grazie alla mediazione di Zipponi, stavano mettendosi d'accordo per condizionare definitivamente l'evanescente Epifani ed emarginare l'esagitato Cremaschi: la complicata vicenda di una Camera del lavoro centrale nella Cgil, come Brescia, racconta di questo tentativo. Ma l'accordo sulle pensioni ha messo in mora tutto.
Adesso c'è solo l'aggrovigliarsi dei movimenti politici e sindacali, già scarsamente trasparenti prima dell'imbroglio sulle pensioni, e ora sempre più privi di razionalità. Con Prodi che spera ancora, però, che l'effetto palude allunghi i tempi di vita del suo governo.
Per avere una chiara visione di quel che succede, bisogna riferirsi ai processi di fondo: l'estremismo di sinistra, politico e sindacale, ha una sua base naturale in fasce di lavoro impaurite dalle impetuose trasformazioni in atto, anche nei settori del pubblico impiego ostile alle razionalizzazioni amministrative. Contro Margherita Thatcher «l'oppositore» fu Arthur Scargill, leader dei minatori. In Francia l'anima del «no» alla Costituzione europea è stata la Cgt, sindacato comunista, che conta ancora molto, mentre il partito svanisce. In Germania il socialdemocratico Oskar Lafontaine si è alleato ai postcomunisti su pressione della sinistra sindacale. Un forte movimento corporativo è una reazione sbagliata ma possibile alla modernizzazione tecnologica e alla globalizzazione.
I problemi nascono se il fenomeno non è confrontato apertamente dalle forze di governo, di destra o di sinistra che siano, ma è utilizzato come base per un sistema di potere. In Italia, questa è stata la via di Romano Prodi. E da questa scelta senza verità derivano anche le degenerazioni bizantine nell'estremismo politico e nella Cgil descritte in questo articolo. Non se ne esce se non con la chiarezza delle posizioni. E una riflessione dovrebbe farla anche la Confindustria montezemoliana che aveva puntato molte delle sue carte sulla maggioranza conservatrice della Cgil.