Panariello: «E ora gli stilisti del carrello»

Giorgio Panariello, sulle stranezze degli italiani ci ha costruito decine di personaggi spassosi. Ma il codice d’abbigliamento per entrare al supermercato forse non se lo poteva immaginare neanche lei...

«È che quelli della Versilia son fatti così, li conosco bene: si fidano più dei vestiti che delle persone. In alcuni bagni che non ti fanno entrare se non hai un pareo, o la polo a righine. Ci sono precedenti illustri».

Tipo?

«Una volta Ruud Gullit, ospite di Evani, fu cacciato da una panetteria perché era entrato in costume. Gli dissero: “Va’ via, non ti compriamo niente“».

Ma allora è proprio una caratteristica della zona.

«Ormai è una caratteristica dell’Italia. Intendiamoci: una cosa è la maleducazione, come andare al ristorante a petto nudo. Ma pretendere di dire alla gente come vestire al supermarket, è cattiveria inutile. Imporre l’eleganza nel reparto frutta: la gente non resiste a pressioni del genere, somatizza. Come accade all’homo vogue».

A chi?

«All’homo vogue: è uno dei personaggi del mio ultimo spettacolo, che proprio ora sto portando in tournée. È un poveretto succube di quello che dettano gli stilisti, e che, per seguire tutte le varianti, va in giro come un disperato, con kilt, anfibi, pelliccia, bandana e occhialoni avvolgenti».

Probabilmente neanche lui potrebbe entrare alla Coop di Torre del Lago.

«Certo che no. E dire che si veste così per essere accettato. A questo punto dovrebbero mettersi d’accordo stilisti e supermercati. Propongo una joint venture Coop-Cavalli: C.C. E la prima collezione si chiamerà «look da carrello».