La Panasonic taglia 15mila posti di lavoro Mitsubishi: niente Dakar

Il colosso giapponese dell’elettronica annuncia il taglio di 15mila posti di lavoro in tutto il mondo e la chiusura di 27 fabbriche, per far fronte all'inasprimento della crisi finanziaria<br />

Tokyo - Gigante dai piedi di argilla. Il colosso giapponese dell’elettronica e degli elettrodomestici Panasonic ha annunciato oggi il taglio di 15mila posti di lavoro in tutto il mondo e la chiusura di 27 fabbriche, per far fronte al peggioramento della sua situazione finanziaria a causa della crisi. Ma lacrisi si allarga a macchia d'olio. E affonda anche la Mitsubishi: il colosso lascerà, infatti, la Dakar e si ritirerà dai rally, seguendo a breve distanza le defezioni di Suzuki e Subaru dallo stesso settore.

Il crollo della Panasonic La Panasonic prevede una perdita netta a fine esercizio, dopo aver registrato un calo di vendite e di profitti al termine dei primi nove mesi. Il gruppo di Osaka, che auspicava di chiudere con un profitto netto annuale di 30 miliardi di yen (250 milioni di euro), si aspetta ora una perdita da 380 miliardi di yen (3,17 miliardi di euro), a causa del continuo peggioramento delle condizioni di mercato e dell’apprezzamento della valuta giapponese. A inizio esercizio, nell’aprile 2008, Panasonic contava su un guadagno netto di oltre 310 miliardi di yen.  Nel corso del terzo trimestre (ottobre-dicembre), le vendite sono crollate del 20% su un anno e del 29% all’estero. "I nostri affari hanno subito un forte peggioramento a partire dal mese di ottobre", ha sottolineato Panasonic. Panasonic è solo l’ultimo dei colossi dell’elettronica giapponesi ad annunciare forti perdite, dopo Sony, Hitachi, Toshiba e Nec.

Mitsubishi costretta a tagliare Il mondo dell’auto giapponese batte in ritirata sotto i colpi della crisi economica globale che mette a dura prova la tenuta dei dati di bilancio. Se si tiene conto dell’abbandono delle gare sportive della Honda nella Formula 1 e della Kawasaki nella MotoGp, allora si ottiene un quadro disastroso. "L’improvviso crollo dell’economia mondiale ci obbliga a una maggior parsimonia nell’uso delle risorse", ha spiegato un pò a sorpresa il gruppo di Tokyo in una breve nota. Per questo, la dolorosa decisione di cancellare la partecipazione, a favore del risparmio e del contenimento dei costi, "dai rally, a partire dalla leggendaria Dakar", nella quale Mitsubishi annovera 26 partecipazioni e 12 vittorie, di cui 7 consecutive. "La scorsa estate avevo parlato di rischi per noi collegati alle turbolenze finanziarie, ma la situazione che dobbiamo ora fronteggiare è ben peggiore delle nostre previsioni, troppo pesante", ha detto in conferenza stampa il numero uno del gruppo, Osamu Masuko. Necessarie, allora, misure straordinarie come il taglio fino al 40 per cento delle retribuzioni degli executive. La casa automobilistica, le cui vendite sono generate per oltre l’80% all’estero, ha annunciato che si aspetta di chiudere l’esercizio 2008-2009 con una perdita netta di 60 miliardi di yen (500 milioni di euro), per la prima volta in tre anni, come evoluzione di un rosso di gruppo di 4,76 miliardi di yen nel periodo aprile-dicembre 2008. A causa del rallentamento della vendita di auto e del rafforzamento dello yen sulle principali valute, il target delle vendite attese è in calo del 15%, a 1.05 milioni di vetture, al 31 marzo prossimo, alla chiusura dell’esercizio fiscale. Con l’abbandono della Mitsubishi, il mondo dei rally perde il terzo marchio del Sol Levante in poche settimane: a metà dicembre era arrivato l’annuncio del ritiro della Fuji Heavy Industries, la casa che produce la Subaru (vincitrice di tre titoli costruttori e di altrettanti titoli nel campionati piloti in 19 anni), sempre a causa della crisi internazionale dell’auto ed economica. Pochi giorni prima era stata la Suzuki a prendere la stessa decisione dopo un solo anno di gare. Difficili, del resto, soluzioni alternative. Soltanto a gennaio, le immatricolazioni di nuovi veicoli in Giappone hanno toccato il loro livello più basso in 41 anni, quanto al mese, e l’export non va meglio, scontando la recessione che colpisce gli Stati Uniti e l’Europa.