Panatta: «Il golf è malattia inguaribile»

Adriano racconta la sua nuova passione: «Lo amo perchè è l’unico sport dove un brocco può battere un campione»

Lea Pericoli

«Penso che fosse scritto che dovessi innamorarmi del golf fin da quando, giocando a tennis, usavo un guanto per difendermi dalle vesciche». Adriano Panatta racconta così la sua storia d’amore con il golf: «Dovevo parlare di affari con un amico. Lui si trovava in un Dryving Range. Lo raggiunsi. Provai a tirare un colpo. La pallina si alzò e il demone del golf si impadronì della mia anima». Poi spiega come il golf diventi una malattia dalla quale molti pazienti non possono guarire: «Pensavo che fosse facile colpire una pallina immobile. Ma non è così. Il golf è un gioco davvero difficile. Ciò che apprezzo di più è che tutti possono giocare contro tutti, fenomeno inimmaginabile in qualunque altra disciplina. Nel golf, grazie all’handicap, un dilettante può competere e addirittura battere un professionista».
Per Adriano Panatta «vincere» è un verbo contagioso. È un virus che ha nel sangue. L’antico stimolo, che gli ha consentito di affermarsi come straordinario tennista riaffiora, per lasciare spazio al temerario campione che nel lontano 1976 fu capace di conquistare Roma e Parigi salvando 12 match points (11 al Foro Italico 1 a Roland Garros). Di Adriano Panatta sono stata grande ammiratrice. Il suo gioco bello e coraggioso mi faceva impazzire. Vi dirò di più: quando Adriano smise di giocare io smisi per sempre di fare il tifo. Il fatto curioso è che mentre a golf gioco spesso con Pietrangeli, con Adriano non ho mai giocato. Ogni volta che sono andata al Parco di Roma, il suo Circolo, era sempre impegnato in sfide con i suoi amici. Quindi non saprei dire come Adriano esegua uno swing. So che ha preso l’handicap in un mese, che il suo maestro preferito è stato Ascanio Pacelli, fino a quando non divenne un Divo, troppo famoso per dedicarsi come faceva un tempo a una pallina. Ecco cosa dice del golf il campione che, dopo aver vinto tutto nel tennis, ha continuato a vincere nell’Off Shore ed ora vince, affermandosi nella sua nuova passione: «Non c’è niente nella vita sportiva che mi abbia regalato lo stesso brivido di una pallina da golf colpita in maniera perfetta. Lo affermo confessando che non esiste altro al mondo che mi abbia umiliato più del golf. Tuttavia sono numerosi gli aspetti, di questo strano gioco, che mi fanno sorridere. Impazzisco se penso che gente del livello di Tiger Wood o Ernie Els si affidano alle cure di un maestro. Nel golf è facilissimo andare fuori swing. Così persino loro prendono lezioni». Poi, Panatta continua: «La tragedia è che un drive di 250 metri ha lo stesso valore di un put che nervosamente il giocatore sbaglia da trenta centimetri».
Per quanto riguarda la parte negativa del golf ecco la sua opinione: «Purtroppo il golf è un grande mistificatore. È uno sport pieno di contraddizioni. Basta pensare che più picchi meno la palla cammina. È un gioco che illude e che delude. Forse per questo dona una specie di delirio di onnipotenza agli incapaci. Non solo tutti i golfisti si sentono autorizzati a parlare di golf ma ciò che è peggio, pretendono di insegnare! Non parliamo di ciò che succede sul percorso. Tutto si distorce e si dilata scatenando le loro fantasie. L’immaginazione si accende e si trasforma in delirio. È divertente ascoltare i mirabolanti racconti dopo le partite. Ognuno ha la sua storia costruita su una serie di vicende che gli hanno impedito di vincere. E, credetemi, l’immaginazione è inversamente proporzionale alle qualità del golfista. Più è negato più la storia risulta inverosimile. Ma questo è l’ aspetto che mette allegria».

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