Panico da influenza, ospedali assediati

Alla fine, quasi sempre, c’è un «regazzino» di mezzo. «Ha gli occhi rossi, così non glieli avevo mai visti», giura la mamma, persa nel panico. «E poi, senta la fronte, senta quanto scotta. Ha i brividi, non vede come trema?», le fa eco la zia, incalzando un camice bianco con un tono vagamente minaccioso. «Ha l’influenza A, mi pare ovvio», bofonchia una giovane, probabilmente la sorella, senza distogliere lo sguardo dallo schermo del cellulare.
Pronto soccorso del Sandro Pertini, è un sabato mattina rischiarato dagli ultimissimi scampoli dell’ottobrata romana: il traffico su via dei Monti Tiburtini scorre quieto, mentre di fronte al nosocomio, in poche ore, si mettono in fila una sessantina di potenziali pazienti. Potenziali perché per la maggior parte torneranno a casa con un pezzo di carta in tasca, due o tre consigli utili nelle orecchie, sempre i soliti, e qualche frase di circostanza: «Stia a letto, si riguardi, non prenda freddo». Quasi tutti codici verdi dunque, molti con un codazzo di parenti ansiosi, tanti con in testa lo spauracchio della suina. «Lo so, lo so, dicono che è innocua - si flagella con le parole Mara - ma io sono terrorizzata dalle complicazioni. Voglio essere certa che mio figlio non stia rischiando niente, non potrei mai perdonarmi se gli succedesse qualcosa». Quello che rischia il figlio, in verità, è una lunga attesa, perché in casi come questi l’emergenza di fatto non esiste e dunque il personale sanitario, a ragione, è costretto a far passare avanti gli altri.
«La gente è preoccupata sempre, ogni scusa sembra buona per sentirsi male», ci liquida un’infermiera che non sembra avere voglia di parlare. «C’è stato un incremento nell’utilizzo dell’ospedale - ammette un medico - diciamo che la somma delle due influenze ha fatto suonare molti campanelli d’allarme. L’afflusso è continuo, anche di notte, sebbene i picchi li abbiamo durante la mattina, dalle 10 alle 14 in particolare. Vengono genitori con bambini, che però vengono visti dai pediatri, e parecchi anziani». Ai quali chiediamo, una volta dimessi, se non era meglio restare sotto le coperte ed evitare questa faticosa trafila: «Lei è giovane, non può capire», è la risposta comune. Perché sapere di non avere niente da temere, è decisamente meglio che immaginarlo.
Al San Giovanni, invece, da quando è scoppiata la pandemia sono stati registrati 16 casi sospetti, di cui solo 2 più seri, entrambi indirizzati al Policlinico. In ogni caso, nel nosocomio di via dell’Amba Aradam il pronto soccorso è stato equipaggiato con tre stanze «di confinamento», una riservata ai bambini, una alle donne in gravidanza e un’altra agli adulti. Così i pazienti che sospettano di avere l’influenza di tipo A non devo attendere il loro turno assieme agli altri, rischiando di far diffondere il virus all'interno della struttura. Molto gettonato nei giorni festivi e prefestivi è anche il numero della guardia medica, lo 06.570600. Dopo un’attesa accettabile, veniamo messi in contatto con un dottore che sa come rassicurarci: «Bisogna tenere d’occhio solo i fastidi respiratori, non la tosse o il raffreddore, ma la «fame d’aria». Per il resto i sintomi sono quelli di un’influenza qualsiasi. Se non c’è niente di preoccupante, sconsigliamo vivamente di andare al pronto soccorso». Ecco come una telefonata tiene a freno l’ansia ed evita al regazzino, e non solo a lui, inutili pellegrinaggi.