Panificatori: si va verso lo sciopero generale

La riforma può favorire l’abusivismo

Marco Morello

Da oggi i panificatori hanno un motivo in più per protestare. Il pacchetto sulle liberalizzazioni, che già li aveva fatti arrabbiare parecchio, è tornato a scatenare tuoni e fulmini con una nuova anomalia. Tra le briciole lasciate dal governo al settore, al prezzo di una deregolamentazione scriteriata, c’era la cosiddetta «piccola somministrazione», la possibilità cioè per i clienti di consumare i prodotti all’interno del locale. Il beneficio in realtà era rilevante soltanto per metà delle aziende, in quanto le restanti sono specializzate in forniture a terzi e quindi si trovano implicitamente escluse dalla facilitazione. A tagliare la testa al toro, e a scontentare tutti, ci ha pensato il testo del decreto Bersani licenziato dal Senato. «Ci troviamo di fronte - contesta Claudio Conti, presidente per Roma e provincia dell’Unione panificatori di Confcommercio - a un danno che è anche una grande beffa. Abbiamo scoperto che il coordinamento tra il comma 2-bis e il comma 2 dell’articolo 4 limita e riserva la piccola somministrazione esclusivamente ai titolari dei nuovi panifici e a quelli che abbiano trasformato o trasferito i panifici esistenti». In pratica aziende attive da generazioni non ne potranno usufruire. «È veramente scandaloso - continua Conti -, si tratta dell'ennesima provocazione. Alla luce dei fatti marciamo speditamente verso lo sciopero nazionale. Non escludiamo a priori di intervenire con una serrata se non saranno rispettati gli impegni assunti in sede di prima formulazione del decreto».
Una riforma siffatta finirebbe per privilegiare soltanto i nuovi arrivati, in molti casi ex-abusivi, che cavalcheranno l’onda per uscire dall’illegalità e godere di tanti privilegi immeritati. «Il sommerso - spiega Umberto Di Punzio, segretario generale di Assipan - è una realtà preoccupante e in continuo aumento. Napoli e Palermo sono le più colpite, ma anche Roma e provincia ne risentono in forma corposa. L’esempio più grave è quello del comune di Lariano, dove su 9mila abitanti più di 2mila vivono dell'abusivismo della panificazione, una cifra che da sola comporta la sopravvivenza di un qualsiasi organismo politico. Abbiamo chiesto tante volte l’intervento della Procura, ci aspettiamo ora interventi concreti». Mancando il contingentamento per effetto del nuovo decreto, intanto, si è abbandonato uno standard minimo di qualità anche di tipo igienico-sanitario. A risentirne sarà anzitutto il consumatore, la cui salute alimentare verrà messa a rischio. «Dopo tutto - continua Di Punzio - se non c'è la volontà politica l’abusivismo non si combatte. E non si sconfigge quando viene visto come ammortizzatore sociale».
I rappresentanti della categoria proprio non sono convinti. «Questo - commenta Conti - è un modo piuttosto insolito di procedere. Abrogare la legge cardine del settore della panificazione, la 1200/56, richiedeva quantomeno un minimo di concertazione, invece tutto è stato fatto brutalmente, calpestando la tradizione. Sapevamo che bisognava metterci mano, nessuno lo negava, ma non così. Hanno svilito il valore commerciale dell'avviamento di aziende storiche. Anziché consentire a chiunque di buttarsi nell’attività, era necessario pensare a interventi finalizzati al risanamento delle imprese che si trovano in crisi per il calo dei consumi, vicino al 30 per cento. Andava invece dato loro sostegno tramite benefici creditizi o agevolazioni fiscali, salvaguardando quello che è un patrimonio culturale del Paese. Il pane italiano è unico nel mondo. È un valore che va oltre gli aspetti produttivi e commerciali». A oggi il rischio è duplice: tutti gli operatori hanno l’avallo per entrare nel mercato, alcuni beneficiando di capitali non proprio limpidi; altri per assurdo, già avviati e a rischio di cannibalizzazione, potrebbero reputare profittevole gettarsi nel sommerso, visto il venir meno di qualsiasi tutela e la vigenza di soli gravami.