Pannella «cacciato» dal Pd: «Il regime mi vuol sabotare»

Escluso dalla corsa alla segreteria: non è dei nostri Ma Parisi: può partecipare se scioglie il suo partito

da Roma

Doveva rivoluzionare la politica italiana, il neonato Partito democratico. Invece, grazie alla burocrazia, estromette dalla corsa alla leadership chi non proviene da Ds o Margherita. Stavolta, come spesso gli accade, il ruolo di pietra dello scandalo tocca a Marco Pannella. Con una mossa non a sorpresa, l’ufficio di presidenza del comitato per la costituente del Pd (Maurizio Migliavacca, Antonello Soro, Mario Barbi, Vittoria Franco, Patrizia Toia e Lella Massari), riunitosi ieri, stabilisce che il leader radicale non può candidarsi alla segreteria perché non fa parte della nuova formazione politica. Un orientamento preannunciato dal fassiniano Migliavacca nei giorni scorsi.
Pannella, però, non si arrende. E risponde subito, con il suo eloquio torrenziale, che non si piegherà a un atto «antidemocratico, antipolitico, stoltamente burocratico e di regime». E poiché «che io sappia, l’appartenenza al ceto burocratico non costituisce titolo di per sé di moralità politica», lancia un appello a «tutti i democratici del Pd e contro il Pd» affinché sposino la sua causa.
Il duello si sposta poi su Radio Radicale, alla quale il prodiano Barbi dice che la decisione di accettare o respingere le candidature non spetta all’ufficio di presidenza, ma sarà presa dall’ufficio tecnico elettorale. Precisazione che cambia poco, visto che lo stesso Barbi prosegue definendo «estemporanea» e «strumentale» la candidatura di Pannella, e ribadisce che «o vi è un processo politico che la precede, che non può che essere meditato e non può che tenere conto delle circostanze in cui stiamo organizzando questo processo costituente, oppure l’elemento non presenta quei caratteri di fondatezza e di vera adesione che qualificano questa proposta».
Il problema, quindi, rimane, perché la Rosa nel pugno non è nel Pd. Ecco allora tornare un classico pannelliano, la battaglia contro i giochi opachi della partitocrazia. La motivazione tecnica che lo esclude è, per il guru radicale, degna «della casistica gesuitica piuttosto che di un qualsiasi principio giuridico civile moderno. Quanto al regolamento, temo di conoscerlo meglio di questa presidenza che, così pronunciandosi, mi appare molto più esprimere una rovina del passato partitocratico e oligarchico che un annuncio compatibile con il nuovo che il Pd proclama di voler realizzare».
«Mi sembra evidente - continua Pannella - che, disponendo io di pochissimi giorni, quattro al massimo, per raccogliere le firme per la presentazione in regola della mia candidatura, si cerchi di creare del disorientamento» in chi è pronto ad appoggiarlo. In soccorso di Pannella accorrono Rita Bernardini, segretario dei Radicali, che ricorda come l’apporto radicale sia stato fondamentale per la «vittoria del centrosinistra, ottenuta per 24.000 voti, e il deputato Sergio D’Elia, che nell’esclusione di Pannella legge l’ostracismo del Pd verso l’«amore per la laicità» dei pannelliani.
Ma dietro lo scontro sulle regole, che con ogni probabilità permetteranno di tenere fuori un personaggio assai scomodo, c’è un dibattito che accompagna non da oggi la gestazione del partito: il segretario sarà eletto tramite una competizione vera, «all’americana»? Il «ribelle» Roberto Manzione, appoggiato dal compagno di scorribande Willer Bordon, pensa di no. Anzi, vede la conferma che «non esiste alcun progetto» di Pd, «il partito delle oligarchie». E chiede a Veltroni, «già leader perché scelto dai partiti», di «ripristinare il rispetto delle regole democratiche».
Feroce il dalemiano Gianni Cuperlo, per il quale se Pannella può aspirare alla leadership del Pd, i Ds devono candidare Migliavacca alla segreteria dei Radicali italiani. E non è un caso che già un anno fa Massimo D’Alema abbia chiuso in faccia ai radicali (ma non ai socialisti) le porte della nuova formazione politica.
Mentre Arturo Parisi ritiene che il leader radicale possa partecipare se scioglie il suo partito. E con Pannella si schiera anche il candidato Furio Colombo, perché «le primarie si fanno proprio per lasciare gli elettori liberi di decidere cosa accettano o cosa respingono. Se un giornalista americano mi chiedesse oggi “ma in base a cosa si decide chi sì e chi no”, non saprei rispondere».