Pannella e cattocomunisti quegli inseparabili nemici

Nel periodo della solidarietà nazionale il leader radicale rimase una delle rare voci fuori dal coro e riuscì a tenere testa alla sterminata maggioranza Dc-Pci

Un po’, ahimè, per ragioni anagrafiche e un po’ perché non avendo trovato nulla di meglio faccio il costituzionalista, il cattocomunismo l’ho conosciuto da vicino. Affermatosi con la maggiore virulenza tra il 1976 e il 1979 sotto le spoglie della solidarietà nazionale, non mi è mai andato a genio. Erano i tempi in cui Aldo Moro sosteneva che era meglio aver torto insieme che ragione da soli. Erano i tempi in cui Giulio Andreotti dichiarava che se l’Italia si divide, non si divide in due, ma si rompe in mille pezzi. Erano i tempi in cui la fervida mente di Ciriaco De Mita partoriva l’arco costituzionale: quanto di più antidemocratico si possa immaginare. Da quell’arco costituzionale si poteva uscire per decreto popolare, ma non vi si poteva entrare. Davvero un bel concetto di democrazia!
Il cattocomunismo ha avuto un antefatto. Il regolamento della Camera del 1971 era quanto mai consociativo perché fotografava gli equilibri più avanzati a sinistra che il Pci era riuscito a realizzare. E non è certo un caso se gli artefici di quel regolamento furono i capigruppo della Dc e del Pci. L’uno era Giulio Andreotti, l’altro Pietro Ingrao. Quando cinque anni dopo scatterà la tenaglia cattocomunista, l’uno diventerà presidente del Consiglio e l’altro presidente della Camera. Sosteneva un liberale del calibro di Salvatore Valitutti che la democrazia respira grazie a due polmoni: quello della maggioranza e quello dell’opposizione. Ma quest’ultimo si ridusse ai minimi termini. Solo i missini e i radicali fecero stecca nel coro. E furono immediatamente demonizzati: gli uni qualificati, o meglio squalificati, fascisti; gli altri diagnosticati pazzi e perciò degni del manicomio.
A questo punto entrano in scena a Montecitorio Marco Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio e Roberto Cicciomessere, guastafeste di professione. Un giovane giornalista di belle speranze, Lanfranco Palazzolo, ha raccolto per le edizioni Kaos i discorsi pronunciati alla Camera dal leader radicale nel triennio della solidarietà nazionale in Marco Pannella a sinistra del Pci (pagg. 316, euro 23). Il curatore si è sobbarcato un lavoro tanto improbo quanto meritorio che, tuttavia, ha un neo. Il titolo, nonostante abbia nei discorsi di Pannella una pezza d’appoggio, è una patacca. Pannella, si sa, è un provocatore nella migliore accezione del termine. Memore che i comunisti non hanno mai tollerato nemici a sinistra, con i suoi tre gatti intendeva sedersi sui banchi alla sinistra di quelli occupati dai deputati di Enrico Berlinguer. Insomma, come il torero, Pannella agitava un panno rosso per fare imbufalire il toro di estrema sinistra. E ci riuscì in pieno.
Per il vero, Pannella in quegli anni, con i missini di Giorgio Almirante e Alfredo Pazzaglia, si pone al centro del ring. E fa sforzi sovrumani affinché il patto scellerato tra i nemici del tempo che fu, ossia Dc e Pci, non si saldi completamente. A tal fine il leader radicale si serve dell’ostruzionismo in Parlamento e dei referendum al di fuori di esso. Si proponeva così di dimostrare che una opposizione, per quanto minuscola, era in grado di tenere sulla corda una maggioranza sterminata. E cercare con tutte le sue forze di dividere in due lo schieramento politico. Non a caso il sogno di Pannella è il sistema elettorale all’inglese: maggioritario a collegio uninominale secco, cioè a un turno. Ora che il bipolarismo bene o male calca la scena, lui liberale si è buttato a sinistra. Come Totò. Vallo a capire questo genio incompreso.
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